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Cose di Musica

Bocca di rosa e le altre

Bocca di rosa e le altre - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Il lungo viaggio di madri, amanti, prostitute e donne pensate come amore incomincia venerdì 6 dicembre dal Piccolo teatro Unical di Rende. E’ uno spettacolo voluto  dal gruppo calabrese Coram Populo, incentrato sulle canzoni di Fabrizio De André che hanno per protagonista le figure femminili. Una produzione imponente, una rappresentazione scenica  multimediale dove si alternano musica e recitazione alla proiezione di filmati di stretta attualità, tutto legato al punto di vista delle donne. Si chiama “Bocca di Rosa e le altre”, da un’idea di Sergio Crocco, scritto e diretto da Simona Micieli, artista avvezza sin qui a tenere concerti di musica popolare ma che ora si distanzia, almeno in apparenza, dal folk e dal dialetto calabrese per percorrere le praterie della poetica di De André. Si sa che se scorporassimo le figure femminili dal contesto dei romanzi musicali di Fabrizio ci troveremmo di fronte mille donne; Marinella, Ninetta, Ella, Kate, Maggie, Lizzie, Jenny, Teresa, Maddalena, Biancamaria, colei che aspetta il ritorno del marito soldato, chi è morta di aborto e chi d’amore, la ragazza che tenta di salvare Geordie dall’impiccagione, le passanti, la moglie di Anselmo, le spose bambine, la giovane Nina, l’anziana che si meraviglia delle lodi ricevute nel tempo passato per la sua bellezza, chi ha visto il suo uomo, malato di cuore, morire sulle proprie labbra. Tutte diverse, tutte vittime di tre sacrifici: la verginità, la maternità e la prostituzione. Un mondo che sta all’opposto di quello degli uomini, i quali nelle canzoni di Fabrizio se non sono gigli sono vittime di questo mondo ma spesso sono pure sopraffattori, esponenti del potere peggiore, addirittura ripugnanti come il commerciante che compra e vende organi umani, fegati e polmoni, capace di preoccuparsi solo della propria reputazione anche di fronte alla morte di un figlio. No, le donne di cui parla Fabrizio sono migliori degli uomini ed è per questo che le cantanti e le attrici che prendono parte allo spettacolo voluto da Simona Micieli chiuderanno la scena calzando sul viso una maschera raffigurante il volto di De André. Un modo per dire grazie a chi fu capace di lanciare il cervello ai bordi dell’infinito. Il lavoro dei Coram Populo è stato complesso perché ha riguardato gli arrangiamenti delle canzoni con l’urgenza di rispettare lo spirito che le avevano ispirate ma anche  l’attenzione che occorre per una regia teatrale, curata da Raffaella Reda, la ricerca dei costumi, affidata a Natascia De Rose, la regia video, affidata a Alessandro Morrone. Se le caratteristiche delle donne deandreiane sono tre, le figure del canzoniere  sono troppe per stare nello spazio di una serata per cui Simona Micieli ha compiuto una selezione delle canzoni, estrapolandole da otto album sui tredici registrati in studio da Fabrizio De André: La buona novella, Creuza de ma, Volume 1 e 3, Anime salve, Canzoni, Rimini e Tutti morimmo a stento. La scena si apre con un monologo di Raffaella Reda sull’universo femminile mentre altre donne prendono posto tra il pubblico: non salgono sul palco, lo faranno allo scadere del tempo per indossare la maschera di colui che ha marciato in direzione ostinata e contraria. Si accomodano in platea la ballerina di seconda fila, cantata in Amico fragile, la tenera vecchia contessa, citata nel Testamento, la pulzella di Carlo Martello, la signorina in tailleur grigio fumo, Franziska che finalmente posa  per un pittore che la può guardare mentre una vecchia terrà aperta la gabbia da cui è scappato il gorilla giustiziere. Lo spettacolo vivrà la sua drammaticità all’inizio quando tre donne vestite a lutto irromperanno in scena: siamo sotto la croce e due donne piangono la morte del proprio figlio accanto alla Madonna. Sono disperate e rimproverano la madre di Gesù che soffre pur sapendo che il figlio farà ritorno dopo tre giorni; e sono proprio le parole di Maria a rappresentare il sentimento materno: “Piango di lui, ciò che mi è tolto, le braccia magre, la fronte, il volto” … Intanto sul fondo del proscenio un video proietta le immagini della strage dei migranti, di quell’enorme cimitero che è diventato il Mediterraneo. Restando nel mare nostrum, i viaggiatori di Coram Populo incontrano Jamina, sicuramente il personaggio più erotico descritto da Fabrizio, la ragazza bruna che ogni marinaio  sogna d’incontrare nel primo porto d’approdo dopo le fatiche della navigazione. Dalla Calabria si leva in alto un canto in genovese, una lingua che conta oltre duemila vocaboli di provenienza araba e turca. I dialetti – sosteneva Fabrizio – sono linfa vitale per l’italiano  e un idioma assurge a dignità di lingua o decade a livello di dialetto solo per motivi politici: il portoghese era un idioma iberico sino a quando i portoghesi non colonizzarono il Brasile. Genova vuol dire Via del campo che rappresenta tutta la poetica di Fabrizio. Non è un caso che questo viaggio tra le donne abbia ricevuto il patrocinio di Via del Campo 29 Rosso, diretto da Laura Monferdini. Dopo la storica canzone di Fabrizio, sarà proiettato il video di un’intervista a Carla Corso, leader del movimento delle prostitute, la quale ebbe modo di conoscere Fabrizio. La Corso conosceva il motto con cui il poeta degli ultimi riconosceva ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore ma quando si trovò di fronte a lui, dopo un concerto, non seppe che cosa dirgli: “Ci guardammo in silenzio”, raccontò Carla Corso, “io che nella vita avevo mangiato tanti uomini non riuscivo a parlare, soggiogata dal suo carisma”. Dal video alla canzone: Princesa ci riporterà al tema del dolore così presente in De André e subito dopo Marinella dovrà districarsi sul palco tra una serie di scarpette rosse in sincronia con un video sul femminicidio. I musicisti fanno squadra per impastare al meglio suono e voci: Giovanni Brunetti (pianoforte), Pino Cariati (voce e chitarra), Giovanni Reale (basso), Walter Giorno (batteria), Andrea Marchese (clarinetto, mandolino e bouzouki), Camillo Maffia (fisarmonica e bandoneon). Musica e scene aprono la strada a Giovanna d’Arco, a Sally e alla tiranna vanitosa dell’Amore cieco; Suzanne sale le scalette del palco tra i sacchi di spazzatura per poi scrivere sulla terra: “Siate marinai finché il mare vi libererà”. C’è spazio anche per un omaggio alle donne curde e la canzone scelta non poteva che essere Sidun, la cronaca dell’operazione scellerata compiuta da Sharon con la distruzione della città di Sidone. De André racconta di un arabo che ha in braccio il figlio stritolato dai cingoli di un carro armato, morte di un bambino e simbolo della fine di una civiltà. Uno spazio se lo ritaglia anche la moglie di Anselmo: in modo didascalico una ragazza andrà in scena a ripararsi dalla pioggia torrenziale con un ombrellino mentre un po’ più lontano c’è un uomo poco coinvolto dall’alluvione di Genova perché “l’amore ha l’amore per solo argomento”. Lo spettacolo corre vero la fine con un omaggio alle donne curde attraverso la Guerra di Piero, inno del pacifismo per eccellenza. Poi le luci sono tutte per Bocca di rosa, l’unica in grado di unire l’amore sacro e l’amor profano. Canta Simona Micieli, circondata sul palco dal sindaco del paesino, le comari, il prete. Sta per calare davvero il sipario quando arriva l’atto accusa supremo per tutti gli uomini, banchieri, pizzicagnoli, notai: è il Recitativo di Tutti morimmo a stento, pronunciato da Simona Micieli prima che sul palco si riuniscano tutte le donne del mondo di De André. E’ l’atto di accusa finale per gli uomini e sullo schermo compaiono le facce dei potenti della terra, da Trump a Putin: che nessuno si senta assolto.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 1 Dicembre 2019

Il teatro-canzone prima e dopo Gaber

Il teatro-canzone prima e dopo Gaber - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

 

IL teatro abbraccia molte aree diverse e in una di queste c’è anche la canzone. Ma quali differenze ci sono tra il teatro musicale e il teatro canzone e quali elementi ci potrà riservare in futuro questo genere di spettacolo? Il tema è al centro di un saggio breve ma intenso, scritto da Eugenio Ripepi, attore, regista, cantautore, direttore artistico di manifestazioni teatrali di portata nazionale. L’autore segna una linea di demarcazione precisa: nel teatro canzone c’è un prima e un dopo Giorgio Gaber, il quale dalle esibizioni degli anni Sessanta al Santa Tecla di Milano, alle spalle del duomo, arriva sul palcoscenico come cantante-attore, capace di intrattenere il pubblico da solo per un paio d’ore alternando monologhi e canzoni. Ma anche questo non basta, secondo Ripepi perché si possa parlare di teatro-canzone: non è sufficiente alternare parole e canzoni, occorre un progetto unico, originale, inedito e un impegno civile. Certo, se si va indietro nel tempo possiamo dire che c’è poco da inventare: il legame con il teatro greco è dimostrabile facilmente risalendo nel tempo agli spettacoli festivi a Epidauro, all’unità tra poesia e musica, ai cori ditirambici in onore del dio Dioniso, improvvisati e rapsodici. Ma questo è un altro discorso. Ripepi nel suo vademecum indispensabile per chiunque si avvicini al teatro canzone, giustamente indica tra gli antenati il caffè-concerto, la rivista, il cabaret, il Modugno che a Sanremo allarga le braccia e con Volare indica agli italiani l’imminente arrivo del boom economico. E ancora i mitici Nanni Svampa e Dario Fo che fu il vero maestro di Gaber e Jannacci. Ma tutto cambia nel 1970 quando nella televisione ancora in bianco e nero compare il volto di Gaber sdoppiato: “Io mi chiamo G, anche io mi chiamo G” … È solo un abbozzo di teatro canzone, almeno per l’Italia perché in Francia Brel, Montand, Trenet tenevano veri e propri recital. 

“Gaber sta al teatro come De André sta alla musica”, scrive Eugenio Ripepi, “due borghesi antiborghesi”. E si susseguono le opere teatrali di Gaber come Polli d’allevamento, Dialogo tra un impegnato e un no so, Far finta di essere sani, tutti scritti a quattro mani da Gaber e Sandro Luporini con riferimenti precisi sia all’attualità sia alla letteratura. Poi a metà anni Ottanta arriva una cantata anarchica, Io se fossi Dio, un’invettiva degna di un nuovo Savonarola, così forte che la casa discografica, la Carosello Records non volle pubblicare e fu stampata da un’etichetta minore. Tra satira di costume e coscienza critica, Gaber condanna in toto il sistema politico e prende atto della sconfitta di un’intera generazione. Eugenio Ripepi dedica un capitolo alla canzone teatrale che ha il capostipite in Domenico Modugno con il quale i cantautori hanno un debito di riconoscenza. Vengono ricordati Piero Ciampi che recitava sulla musica con l’inconfondibile cadenza livornese come in Te lo faccio vedere chi sono io e la geniale Adius: “In Ciampi a volte è il teatro che vince sulla musica”, scrive Ripepi. Chi concepiva i suoi concept album in modo teatrale era sicuramente Fabrizio De André, basti pensare al Recitativo che chiude Tutti morimmo a stento o ai versetti della Bibbia che fanno parte della Buona Novella. Per non citare l’apertura del disco con la voce di due donne dal forte accento sardo che recitano la poesia Nuvole. Il dopo Gaber vede pochi nomi certi e tra questi c’è Gian Piero Alloisio che tra l’altro scrisse con l’autore del Signor G alcuni brani tra cui la strabiliante La strana famiglia. Tra gli altri esempi di teatro canzone ci sono quelli di Max Manfredi, una penna straordinaria per la poesia in musica, autore della Leggenda del santo cantautore e di altre pièce teatrali. Ma Ripepi cita anche la metafisica teatrale di Vinicio Capossela, la recitazione cantata di Alessandro Mannerino e la canzone civile di Simone Cristicchi che, dopo essere partito dalla canzone teatrale al tempo della vittoria a Sanremo con Ti regalerò una rosa, è approdato al teatro canzone con Magazzino 18, il posto nel porto vecchio di Trieste dove gli esuli istriani lasciarono in deposito i loro oggetti personali nell’esodo del 1947. In definitiva, il genere è più che vivo che mai e può diventare uno sbocco importante per gli artisti, nell’era in cui il Cd è a rischio di sopravvivenza, sopraffatto dalle piattaforme “liquide”. Per i cantautori potrebbe essere la destinazione finale di chi ancora oggi pubblica quelli che una volta si chiamavano concept album. Senza contare che la musica “da guardare” in America si produceva dagli anni Sessanta con il teatro musicale del rock, avanguardie e light show. Jim Morrison dei Doors, conosceva bene la tragedia greca e comparava lo spettacolo della sua band a un dramma poetico. E quando Jimi Hendrix suonava la chitarra coi denti e alla fine bruciava lo strumento non faceva altro che uscire di scena come a teatro. Né più né meno di come fece addirittura Nicolo Paganini quando il concerto lo iniziò avviandosi sul palco entrando però in scena dal fondo del teatro e passando in mezzo al pubblico che lo paragonava al diavolo. È musica da guardare.

 

Pubblicato su Extra Music Magazine, 13 Novembre 2019

Branduardi, il cammino dell'anima

Branduardi, il cammino dell'anima - Alfredo Franchini

La musica per l'anima

di Alfredo Franchini

 

 

La musica dell’anno Mille, scritta con note quadrate su una sorta di pentagramma, risuona nell’ultimo disco di Angelo Branduardi, “Il cammino dell’anima”, tratto dall’opera originale di Hildegard Von Bingen, la monaca tedesca che è stata un medico, una scienziata, una musicista e una femminista durante il Medio Evo, tanto da diventare poi uno dei punti di riferimento del Movimento delle donne negli anni Settanta del Novecento. Se è vero che ci sono solo due tipi di musica, una fatta per pregare e l’altra per ballare, non ci sono dubbi che qui si celebra la liturgia della spiritualità: “La musica è una visione astratta”, sostiene Branduardi, “e per questo è vicina all’Assoluto”; così per l’autore della Fiera dell’est comporre la lunga suite, i nove brani che compongono l’album, è stato un passo ineluttabile. I testi, tradotti dal latino nella maniera più filologica possibile, ci mettono di fronte a una rappresentazione teatrale introdotta dal coro dei Profeti, cui presta la voce Cristiano De André, seguita dalla discussione tra la Virtù e il diavolo i quali hanno in palio la salvezza dell’anima. La musica dell’anno mille – assicura Branduardi – era bellissima ma presentava un grande problema: mancava l’armonia, era musica “verticale”, priva di quegli accordi che l’autore della Fiera dell’est ha voluto inserire per rendere divulgativa l’opera di Hildegard. La suite si apre con un Preludio che, in realtà, è un’elaborazione del coro della Basilica Ortodossa di Mosca: Branduardi ha alterato le tonalità e ha aggiunto una serie di effetti, un po’ alla Stockhausen. Mosca non c’entra con Hildegard ma Branduardi ha voluto creare con la musica ortodossa che lui predilige la perfetta atmosfera per dare il là all’amico Cristiano De André il quale apre il disco. Un incontro importante tra due polistrumentisti, entrambi diplomati in violino al Paganini di Genova, tutti e due, sia pure con interessi diversi, sempre alla ricerca di nuove profondità musicali. Il nuovo disco del menestrello autore di pagine entrate nella memoria collettiva è un viaggio, un viatico per la spiritualità. Un lungo racconto che ha per obiettivo l’arrivo di sconfiggere il male da parte della virtù e il cammino passa anche per due brani strumentali; nell’album compaiono chitarre acustiche, classiche, elettriche e persino una resofonica; poi basso, batteria, fisarmonica e i fiati ma anche strumenti antichi come la viella, antenato della viola e il traversiere. Infine, un’orchestra con tanti violini, viole, violoncelli e contrabbassi. È proprio la grande orchestra che conclude “L’estasi”, una sorta di inno alla gioia per esaltare la “madre dolcissima”, la donna creatrice, capace di sconfiggere il serpente. Hildegard Von Bisten fu una monaca atipica: con la Chiesa dell’anno Mille in grave difficoltà ebbe la capacità di confrontarsi con imperatori e Papi; in uno dei secoli più bui per le donne ebbe il coraggio di far togliere il velo alle suore. Passione e spiritualità vennero riconosciute da tutti e quando morì, a ottant’anni, iniziò il processo di canonizzazione che s’interruppe subito perché considerata dai vertici ecclesiali una donna “strana”, da mettere al rogo per molti. Ci vollero mille anni perché la Chiesa le riconoscesse i meriti: fu Joseph Ratzinger a proclamarla santa e nominarla Padre della chiesa, titolo che nella storia è andato solo ad altre tre donne. Per Hildegard l’anima è sinfonica e la musica non avrebbe bisogno di parole perché legata alla religione; un concetto caro a Branduardi che qualche anno fa dedicò un concept album a San Francesco. Dal 16 ottobre, il Cammino dell’anima sarà portato in un tour che partirà da Zurigo e attraverserà Svizzera, Belgio, Austria e Germania per arrivare in Italia. In programma nel prossimo anno la pubblicazione di un cofanetto con tre dischi in vinile: Futuro antico 1, L’infinitamente piccole e l’ultimo lavoro. Tre dischi legati alla spiritualità e a una visione dolorosa: “L’ispirazione”, dice Branduardi, “parte sempre da uno stato di sofferenza per arrivare alla creazione”. E rivela che lui, diplomato in violino con dieci anni di studio alle spalle ma in realtà polistrumentista, quando compone non usa mai uno strumento per evitare il rischio di limitarsi o adoperare armonie superflue. “Scrivo i suoni che ho in testa e li metto da parte e solo dopo un po’ di tempo, comincio ad armonizzarli”. Forse per questo, per scrivere Il cammino dell’anima, Branduardi, dopo aver letto “Ordo virtutum”, l’opera originaria, ha impiegato un anno per la stesura delle partiture e altri tre mesi per le registrazioni. Il futuro antico ricomincia da qui.

 

Pubblicato su Extra Music Magazin, 16 Ottobre 2019

Carloforte, la musica per il cinema

Carloforte, la musica per il cinema - Alfredo Franchini

Le colonne sonore sotto le stelle

di Alfredo Franchini

 

Da tredici anni la musica abbraccia il cinema sotto le stelle di Carloforte, l’isola che si trova a dieci chilometri dalla Sardegna e che fu colonizzata nel 1700 da una colonia di genovesi, anzi di pegliesi respinti dagli arabi. Per sei giorni, U Pàize, come viene chiamata Carloforte nel dialetto ligure-tabarchino, ospita il festival “Creuza de ma”, diretto dal regista Gianfranco Cabiddu, dedicato alla musica per il cinema. Una manifestazione davvero unica; ma se ci fermiamo un momento a riflettere scopriamo che oggi il cinema è il maggiore committente di musica. Nel passaggio dal CD allo streaming è cambiato tutto, sono comparsi nuovi padroni del mercato ed è scaturito un modo differente di ascoltare e persino di comporre. La musica per il cinema ci riporta in chiave moderna alle Corti e nutre di vita nuova il teatro musicale. Il festival di Carloforte celebra quella particolare musica che ha il compito di suggerire a chi assiste alla proiezione di un film i sentimenti e le azioni degli attori in scena. Ci sono musicisti che, grazie alle colonne sonore, sono diventati star internazionali, altri che con il potere di una colonna sonora sono riusciti ad affermare la propria identità.

A Carloforte, sono in programma sei giornate piene di incontri, di proiezioni cinematografiche e di musica. Ci sono gli attori, Angela Fontana e Michele Riondino, il duo di compositori Pivio e Aldo De Scalzi, e i registi, Marco Danieli, Antonello Grimaldi, Bonifacio Angius e il padrone di casa, Gianfranco Cabiddu, reduce dal successo di “Il flauto magico di Piazza Vittorio”, il film musicale da lui diretto con la partecipazione della cantante-attrice Petra Magoni. A cucire un po’ tutti gli eventi è Neri Marcorè, a sua volta attore e cantante. Da molti anni a questa parte esiste in Sardegna una nouvelle vague di registi e Cabiddu ne è un esempio con l’incetta di premi fatta con  “La stoffa dei sogni”, il film  che vedeva tra gli attori Sergio Rubini e Ennio Fantastichini. E quest’ultimo, purtroppo scomparso, sarà ricordato con una proiezione speciale nella sezione notturna di Creuza de ma.

Come ricorda il titolo, il festival si tiene nel nome di De André e quest’anno sarà presentato da Gianfranco Cabiddu, regista di Faber in Sardegna, un cofanetto appena pubblicato da Castelvecchi contenente il Dvd e il libro del critico musicale Enzo Gentile, “Faber in Sardegna raccontato da amici e colleghi”. C’è da dire che Fabrizio aveva col cinema un rapporto particolare perché, da lettore accanito, preferiva leggere un libro. In ogni caso, propendeva per il film storico, come poteva essere La presa del potere di Luigi XIV. In compenso, ha avuto tra gli amici più cari il regista Marco Ferreri e si dice che l’ispirazione del film “La grande abbuffata” sia scaturita dalle cene che si tenevano nella casa di Portobello di Gallura, ospiti anche Tognazzi e Mastroianni. Negli anni Settanta Fabrizio mi disse, non so quanto seriamente, che un giorno avrebbe voluto scrivere una colonna sonora e nel 1988 realizzò con Mauro Pagani la musica di Topo Galileo. Doveva essere solo l’inizio ma è rimasto un episodio. Gianfranco Cabiddu spiega: “A Creuza de ma, la musica del film non è musica di servizio, cioè quella musica che vive solo in funzione di un film ma è quella musica che se improvvisamente venisse a mancare tutto il cinema crollerebbe di schianto, privato di quell’aura indicibile che è talvolta necessaria nelle cose dell’arte, anche quella più popolare. Noi ci collochiamo in quella terra di mezzo di ricerca e studio e di godimento, indagando sia il momento della creazione che il momento della fruizione quando si spegne l’immagine e si accende il concerto”.

La musica non è simbolica, diceva Fabrizio De André: rappresenta se stessa, anticipa la ragione ma può vivere assieme alle immagini. E nelle colonne sonore possiamo ritrovare il significato delle cose. Un po’ come accade per la musica del circo, dei clowns, scritta dal sommo Nino Rota per Fellini il quale avvertiva in quelle note la sensazione di una vita fuori dalla vita: il circo è un modo di vivere e la musica ce lo testimonia.

Nel festival non manca la parte della formazione, avviata tre anni fa con il Corso di scrittura di musica per cinema, dedicato a Sergio Miceli e guidato da Franco Piersanti, con la presidenza onoraria di Ennio Morricone. In collaborazione con il Centro sperimentale di cinematografia, il festival vara la seconda edizione del Cine Campus di musica per il cinema con un incontro metodologico degli allievi del secondo anno classi di suono, montaggio, regia. Il responso che arriva da Carloforte è che l’undicesima musa è più viva che mai. E le suggestioni aumentano con il concerto che viene eseguito al tramonto da Marcella Carboni, (arpa), Simone Alessandrini, (sax), e con lo scouting sonoro di Stefano Campus; si suona all’interno di un’oasi naturale, Capo Sandalo, raggiungibile attraverso una creuza de ma.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 13/9/2019

Dori: "Fabrizio e Battisti, quel disco mancato"

Dori: "Fabrizio e Battisti, quel disco mancato" - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Ve l’immaginate un disco scritto e cantato da Fabrizio De André e Lucio Battisti? No, non è fantamusica: la possibilità che i due collaborassero c’è stata davvero. Lo ha rivelato Dori Ghezzi, per un quarto di secolo compagna di Fabrizio De André, durante la presentazione del suo libro “Lui, Io, Noi” nella piazzetta di Porto Cervo. Per carattere, Dori, pratica e positiva, è propensa a guardare al futuro ma sull’incontro musicale che avrebbe cambiato il corso della musica italiana, emulando la coppia Lennon-McCartney, ha un forte rammarico: “Rimpiango di non aver fatto in modo che Fabrizio facesse un disco insieme a Battisti”, afferma Dori Ghezzi, “avrebbero fatto qualcosa di straordinario”. I tempi coincidevano, si poteva fare o almeno provare, spiega Dori. La notizia è una bomba perché negli anni Settanta il mondo di De André era agli antipodi di quello di Battisti. Erano anni plumbei e con troppi pregiudizi ideologici. I cantautori erano visti dai giovani come filosofi in grado di dare loro le risposte sulla vita; Battisti che i testi non li scriveva e cantava solo d’amore nei versi di Mogol era considerato un ottimo musicista ma disimpegnato. Da qui la leggenda che tutti compravano i suoi dischi ma molti li nascondevano sotto il braccio, nel fascio dei giornali; una leggenda avvalorata da un comunicato delle Brigate rosse nel quale citavano in modo inconsapevole un verso di Lucio molto in voga: “le discese ardite e le risalite”. In realtà, le cose non stavano così. Fabrizio De André, pur avendo sempre dato maggiore attenzione ai testi, in musica era curioso e pronto ad innovare: se prendete i suoi tredici album vi renderete conto che ogni lavoro apre e chiude un discorso musicale, passando da un’orchestra con ottanta elementi in “Tutti morimmo a stento” al rock della Pfm per approdare all’etnico di Creuza de ma che avrebbe dato una bella scossa alla musica italiana degli anni Ottanta. Per quanto riguarda Battisti, la sua irruzione sulla scena musicale fu pari alla forza di un ciclone, una sorta di rivoluzione come se fossero nati i Beatles italiani. Di Battisti, Dori era grande amica e racconta: “Avevamo con Lucio una complicità di gusti musicali che ci ha uniti nel tempo. Spesso mi faceva ascoltare i suoi dischi in anteprima ma anche di altri che lo avevano entusiasmato”. Battisti alla fine degli anni Sessanta frequentava la casa di Dori. “Da fratello s’interessava con affetto della mia vita privata, mi dava consigli o mi sconsigliava disapprovando alcune storie che avevo avuto nel passato. Un giorno sentì parlare di me e Fabrizio e mi domandò se fosse vero. Io gli risposi: me lo chiedo anch’io perché non avevo la certezza che Fabrizio fosse una realtà. Con quel suo modo brusco mi disse: “A sentire i pettegolezzi tutti dicono che per lui sarai una botta e via e invece penso che non sarà così”. L’amicizia con Battisti sarebbe durata nel tempo e una volta – siamo a Gibellina nell’autunno caldo del 1969 – Dori è sul palco e canta Casatschok, il suo primo grande successo, quando da dietro compare Battisti che improvvisa un accompagnamento con un trombone. Il mondo di Battisti sfiora quello di De André anche perché ci sono diverse persone che li accomunano. Il primo è Giampiero Reverberi, straordinario compositore che alla Ricordi arrangiò molti dischi sia di De André che di Battisti; poi tutti i musicisti che sarebbero diventati Pfm e che  suonarono in studio con tutti e due; con Fabrizio è memorabile la registrazione della Buona novella prima del tour in comune e con Battisti tutte le canzoni da hit parade, da Balla Linda a Anna con quella sequenza micidiale di Franz Di Cioccio che, alla fine del pezzo, imprime sulla batteria settantadue colpi in sequenza. Storie diverse ma anche molti punti in comune: entrambi riservati, tutti e due decisi ad andare contro i luoghi comuni e soprattutto a non farsi mettere i piedi in testa dalle case discografiche. Fatto sta che in quegli anni i due si sfiorano ma i progetti musicali e di vita sono troppo diversi. De André si trasferisce in Sardegna, fa l’agricoltore, scrive solo quando sente di avere qualcosa da dire. A Tempio la casa è aperta a tutti mentre Battisti si chiude a riccio prima di ritirarsi dalle scene. E questa è una grande differenza tra i due. A metà degli anni Settanta telefonai a Fabrizio dicendogli che stavo attraversando una crisi che lui aveva già passato, alludendo alla sua recente separazione. Mi rispose testualmente: “Ho attraversato tante di quelle crisi che sicuramente la tua coinciderà con una delle mie, vieni a Tempio e ne parliamo”. Il cantautore che aveva scritto già autentici capolavori e i primi quattro concept album era pronto a mettersi sullo stesso piano di un ragazzo poco più che ventenne. Lucio, invece, si negava e a coloro che lo riconoscevano per strada chiedendogli se fosse Battisti, rispondeva: “Magari”! Fabrizio per la sua curiosità musicale e la necessità di confrontarsi aveva molti collaboratori, spesso diversi per attingere nuova linfa vitale; Battisti si affidava ai testi di Mogol e dopo a quelli di Panella. Ma c’è un momento in cui la collaborazione tra i due potrebbe ancora realizzarsi: dopo il divorzio da Giulio Rapetti, il gran Mogol, Lucio Battisti pensa che potrebbe rivoluzionare la sua musica vestendola coi testi di un cantautore doc. Ovviamente mira in alto e potrebbe essere il momento giusto ma è solo un’idea che rimarrà tale. Battisti sceglierà di continuare a far musica sui testi surreali di Panella: cinque album per sperimentare nuovi flussi sonori. Per i segni del destino che nel mondo della musica sembrano più evidenti, Lucio e Fabrizio moriranno a distanza di quattro mesi l’uno dall’altro. “Ormai se lo staranno facendo loro il disco insieme”, dice Dori Ghezzi, “chissà se un giorno riusciremo a sentirlo”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 29 agosto 2019