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Coltivo una rosa bianca

Coltivo una rosa bianca - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

“La cartolina qui/ mi dice terra terra / di andare a far la guerra/ quest’altro lunedì/ Ma io non sono qui / egregio presidente/ per ammazzar la gente/ più o meno come me”. In principio fu Boris Vian a scrivere una pietra miliare della canzone antimilitarista nel mondo, il Disertore. In Italia accadde tutto in fretta in piena beat revolution. Sino ad allora nelle canzoni non si parlava di pace, fatta eccezione per i canti di tradizione popolare. Lo racconta Enrico de Angelis, storico della canzone, tra gli artefici del Premio Tenco, nel libro “Coltivo una rosa bianca”, pubblicato da Volo Libero. Furono Tenco, De André, Jannacci, Endrigo a spostare i racconti dagli amori avvinti come l’edera alle atrocità della guerra. La beat revolution, dalla generazione di Kerouac e Ginsberg, sconvolse la scena musicale e i cantautori incominciarono a descrivere la realtà con parole mutuate dalla letteratura o dai racconti di chi la guerra l’aveva appena passata. Realismo e anche ironia per Jannacci, Dario Fo e Edoardo Bennato ma in ogni caso tutti con un unico filo conduttore: il pacifismo. Già ma quale pace? Non basta dire no alla guerra se nella società mancano i diritti e crescono le diseguaglianze e questo aspetto lo ha affrontato Fabrizio De André il quale, alla caduta del Muro di Berlino, parlò per primo, nella Domenica delle salme, di pace “terrificante”.

De Angelis sostiene che le canzoni siano uno strumento di educazione civica e spiega: “Ho studiato al liceo classico e la scuola ci ha fatto conoscere le guerre ma non ci ha insegnato il concetto e il valore della pace. Questo l’ho imparato dai cantautori”. L’autore del libro dedica il primo ritratto a Luigi Tenco il quale nel 1962 incide una canzone, “Cara maestra”, tre strofe rivolte rispettivamente a una maestra, a un prete e a un sindaco che in precedenza era stato un podestà. Non ci sono cuori infranti, l’argomento è delicato e la Rai censura la canzone: “Egregio sindaco/ m’hanno detto che un giorno/ tu gridavi alla gente “vincere o morire” / mi vuoi spiegare allora come mai/ vinto non hai, eppure non sei morto/ e al posto tuo è morta tanta gente/ che non voleva né vincere né morire”. È lo stesso Tenco che diventa attore in un film di Luciano Salce, “La cuccagna”, recitando la parte di un ragazzo che si batte contro il militarismo quando l’obiezione di coscienza non era contemplata e veniva punita col carcere. Nello stesso film Tenco canta la canzone di un amico, uno sconosciuto: è il ventiduenne Fabrizio De André. Tenco non approfitta del film per far conoscere una canzone propria ma, accompagnandosi alla chitarra, intona La ballata dell’eroe, in assoluto il primo brano che De André ha scritto contro la follia della guerra. La storia di un soldato che non torna a casa e della moglie che non sa che farne della medaglia conferita alla memoria del marito. Le prime canzoni antimilitariste non si limitano a raccontare di chi ha dato il sangue per la patria e mettono sullo stesso piano il dramma di chi muore e quello di chi uccide. L’esempio più alto lo troviamo in quello che secondo Fernanda Pivano doveva essere il manifesto del pacifismo: “La guerra di Piero”. Il soldato trova di fronte a sé un coetaneo e dovrebbe spararlo solo perché ha la divisa di un altro colore. Non lo fa per non vedere gli occhi di un uomo che muore e viene ucciso.

Ovviamente la musica italiana risente di quanto stava accadendo in America negli anni Sessanta, quel vento di suoni nuovi che soffiavano tra coloro che manifestavano la solidarietà a Martin Luther King e assistevano ai comizi di John Kennedy. Una cospirazione sonora ordita da chi ascoltava Woody Guthrie e Pete Seeger, voce e chitarra, suono puro e odore di terra. Canzoni distanti dalle orchestre e dal night di Sinatra. E ascoltando poco dopo “Blowing in the Wind” dalla voce nasale di Bob Dylan non era facile prevedere quello che sarebbe accaduto poi in tutto il mondo.  I giovani sognavano un modo di vivere diverso, senza potere e senza consumi. In quell’America era possibile una certa bohème e i poeti declamanti precedevano di poco l’esplosione della canzone. In Italia Tenco compone una serie di ballate che saranno pubblicate postume: sono brani come Ballata della moda, (dove anticipa le storture di quello che sarebbe stato il marketing), e Giornali femminili dove la chiave di lettura è l’ironia: Tenco finge di indignarsi per i presunti interessi futili delle donne e mette gli uomini alla berlina. Il secondo ritratto di de Angelis riguarda De André di cui abbiamo già accennato e la cui produzione antimilitarista è una costante del suo canzoniere. C’è non violenza e tolleranza nei dischi di Faber ma due canzoni riguardano altrettanti fatti storici: Fiume Sand Creek e Sidun. Lo sterminio compiuto dal colonnello Chivington ai danni di una tribù di indiani, nel villaggio in cui c’erano solo donne e bambini perché gli uomini davano la caccia al bisonte e poi Sidone messa a ferro e fuoco nell’estate del 1982 dal generale israeliano Sharon. De André canta qui la morte di un bambino massacrato dai cingoli di un carro armato e tenuto in braccio dal proprio padre. Quella morte segna la fine di una civiltà.

Il titolo del libro, “Coltivo una rosa bianca”, cita una poesia del cubano José Martì, ripresa da Sergio Endrigo il quale, con la sua elegante coerenza, ha scritto a lungo della guerra e, in particolare, della tragedia dei profughi istriani; la sua famiglia era tra gli esuli che lasciarono l’Istria passata sotto la dominazione del Maresciallo Tito. Lo racconterà in un testo davvero poetico, 1947: “Come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morirà”.  Coltivo una rosa bianca è metafora di pace e Sergio Endrigo ebbe modo di cantarla in un concerto davanti a Che Guevara; era il 1964 a Cuba. Il cantautore di “Io che amo solo te” e tanti altri successi non ha mai nascosto l’ansia di giustizia e il disprezzo per la guerra. Le sue canzoni di impegno civile restano attuali per lo smascheramento delle guerre di religione alle quali dedica due distinte strofe: una sulle ragioni dei Cristiani e una su quelle dei musulmani.  Un occhio alla storia e un altro alla poesia, Endrigo ebbe un rapporto stretto con i poeti accademici tra cui Pierpaolo Pasolini con il quale firmò una canzone, “Il soldato di Napoleone”. Un brano che destò scalpore e, manco a dirsi, fu censurato dalla Rai per un verso – giudicato improponibile dal Catone dell’epoca – in cui un soldato, colto dal gelo della campagna di Russia, squarcia il ventre del cavallo per cercare un po’ di tepore vitale. Un fatto in uso tra i militari che battagliavano in Russia e riportato persino in Guerra e pace; la Rai chiese a Pasolini e a Endrigo di cambiare le parole ottenendo un rifiuto.

Di sarcasmo e di humor nero sono vestite molte canzoni di Enzo Jannacci. De Angelis ricorda un particolare su “Vengo anch’io no tu no”, brano firmato da più mani.  C’era un verso, scritto da Dario Fo all’indomani della proclamazione dell’indipendenza del Congo dal Belgio e della conseguente sanguinosa dittatura di Mobutu, per lo scontro tra filosovietici e filoccidentali: “Si potrebbe andare tutti insieme nei mercenari / giù nel Congo da Mobutu a farci arruolare/ poi sparare contro i neri col mitragliatore/ ogni testa danno un soldo per la civiltà”. In questo caso fu la casa discografica, la Rca, a far sparire la strofa incriminata.

Nel libro c’è un limite oggettivo: De Angelis analizza solo i testi ma alcune canzoni devono essere valutate ascoltandone il ritmo, la voce, le intenzioni di chi le interpreta. È il caso di Edoardo Bennato che canta il contrario di quello che vuole dire e lo fa magari deformando la voce in modo grottesco: “Sei un soldato e difendi la libertà/ e quelli contro sono cattivi/ dì loro di non aver pietà! / E se per caso tu morissi non devi temere/ perché ti faremo un bel monumento che tutti quanti/ potranno vedere”. Bennato, ironia a parte, spiega e canta che la guerra non è mai santa perché è mossa da ragioni economiche. Buffoni e burattini non fanno la guerra. Per chiudere il libro sulla non violenza dei cantautori, De Angelis arriva a Caparezza perché i testi del rap si sono rivelati molto sensibili alle problematiche delle disfunzioni sociali e delle questioni civili. Caparezza sin da subito mise le cose in chiaro: “Ma dai, non mi vorrai nei viavai di guerrafondai”, canta in “La gente originale”. E prevale il pacifismo raccontato con l’apologo di una particolare specie di scimpanzè, i bonobo, che vivono in comunità pacifiche, in cui maschi e femmine hanno pari dignità, non conoscono la guerra: “Insomma, stando a come si comporta il bonobo, la scimmia è l’evoluzione dell’uomo”. Il libro ha la prefazione di Luigi Ciotti ed è stato corredato dai disegni di Milo Manara e di Massimo Cavezzali; i proventi saranno devoluti al Movimento Non Violento, presieduto da Mao Valpiana. La conclusione è chiara: è vero che esistono le marce militariste e gli inni sanguinari ma i soldati in prima linea o i kamikaze pronti a farsi esplodere si drogano o si ubriacano per annebbiare la mente. La musica è un’altra cosa: “La nostra vita dev’essere piena di musica”, disse il Mahatma Gandhi che di non violenza si intendeva davvero, “in modo che la melodia pervada tutte le nostre azioni”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 20 gennaio 2021

Il jazz nel cinema d'autore

Il jazz nel cinema d'autore - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

 C’era tanto jazz nei mitici film italiani che hanno segnato un’epoca. Negli anni in cui erano evidenti le prospettive di un cambiamento di ruoli e di status del paese, i grandi registi di pellicole come I soliti ignoti, Il sorpasso, Il vangelo secondo Matteo, Rocco e i suoi fratelli, Sette uomini d’oro, si affidarono ad altrettanto grandi compositori, (Umiliani, Ortolani, Gaslini, Rota, Trovaioli, Morricone, Barbieri) e aprirono la strada al jazz nei cinema di un Paese che cambiava sotto la spinta della modernizzazione. Ora troviamo una preziosa testimonianza di quella musica e di quegli anni ruggenti nel disco “Movie Medley”, realizzato dal contrabbassista e arrangiatore Manuele Montanari, diplomato in contrabbasso al Conservatorio Rossini di Pesaro, con il clarinettista Gabriele Mirabassi e con una big band composta da importanti musicisti della scena jazz nazionale. Sono quattordici brani che formano un compendio di alcune colonne sonore storiche; il risultato è quello di un disco a tema, senza soluzione di continuità, concepito quasi in forma di suite.

“Alcuni brani, ad esempio “Come tu vuoi” di Nino Rota tratto da Rocco e i suoi fratelli, sono principalmente delle trascrizioni alle quali mi sono attenuto fedelmente”, spiega Manuele Montanari, “in altri mi sono discostato ed è il caso di Blues for Gassman per il quale ho fatto la reprise che chiude il CD; ho scritto un arrangiamento mio della melodia e del tema perché volevo dare una chiave di lettura personale sempre omaggiando la base di Piero Umiliani”.

In America la storia del cinema si interseca con quella del jazz dalla fine degli anni Venti ma in Italia, dove quella musica era vietata dalla censura fascista, abbiamo dovuto aspettare il periodo del boom economico e delle grandi idee. Uno dei film più rappresentativi è Il sorpasso che ci racconta il sogno del benessere diffuso e delle prime trasgressioni concluso tragicamente in un incidente d’auto dietro a una curva. C’è un baldanzoso Vittorio Gassman accanto a un timido Jean-Louis Trintignant su una Lancia Aurelia spider. Durante la sequenza dei titoli di apertura si può ascoltare lo stridio delle gomme dell’auto accompagnato da un tema musicale che sembra collegato ai giri del motore. Il regista Dino Risi punta sul jazz come contrappunto della tragedia che aspetta il protagonista del film (e forse la società).

“Il film si apre come un turbine e la musica rimarca la frenesia del personaggio e dei tempi che stavano cambiando”, afferma Montanari, “della voglia di vivere dei giovani negli anni Sessanta. C’è un filo conduttore che accomuna tutti i lungometraggi dai quali ho attinto il materiale musicale per la realizzazione di questo progetto. È quel connubio tra grandi registi e grandi compositori: Monicelli-Umiliani; Risi-Ortolani; Visconti-Rota; Bertolucci-Barbieri; Tornatore-Morricone”.

E poi c’è Pasolini con Il vangelo secondo Matteo di cui Montanari propone Sometimes I feel like a Motherless child. “In quel film”, spiega Montanari, “Pasolini adopera musica di diverso tipo e, in una scena, c’è un vecchio blues d’America con chitarra e voce. Ho scelto quel brano perché è uno spiritual ed è l’unico pezzo che non porta la firma di un compositore di colonne sonore. È il brano in cui ho messo più del mio con un arrangiamento adatto a una cattedrale perché è davvero trascendente”.

All’interno della “suite” di Movie medley, troviamo la perla di Ultimo tango a Parigi, un jazz sospeso in un’aria malinconica. “E’ una provocazione”, dice Montanari, “ho arrangiato la musica facendo un mix di tutti gli interventi musicali del film. In Ultimo tango a Parigi le scene parlate sono spesso intervallate dalla musica e allora ho cercato di creare un unico brano con un collage di tutti gli interventi musicali. Una provocazione, anziché un tempo di quattro quarti l’ho arrangiato in tre quarti col risultato che in realtà il tango è diventato un valzer”.

Il disco, prodotto da Dodicilune, è distribuito in Italia e all’estero da Ird. Con Montanari e Mirabassi suonano: Simone La Maida (sax alto-soprano), Antonangelo Giudice (sax alto e clarinetto), Filippo Sebastianelli e Milo Lombardi (sax tenore e clarinetti), Marco Postacchini (sax basso e baritono, clarinetto, flauto), Leonardo Rosselli (sax baritono), Luca Giardini, Giacomo Uncini, Michele Samory e Mattia Zepponi (tromba e flicorno), Massimo Morganti (trombone, euphonium), Luca Pernici (trombone), Carlo Piermartire (trombone, basso), Diego Donati (chitarra), Tommaso Sgammini (piano), Lorenzo Marinelli (batteria e tam-tam). Attualmente il cinema e la Tv sono i maggiori committenti di musica e molti compositori sono diventati star discografiche; le colonne sonore assumono sempre più rilevanza e spesso sono parte integrante delle scene. Quando guardiamo un film, spesso, il commento musicale ci suggerisce sentimenti profondi e fa da collegamento nella sceneggiatura. Ma in definitiva il cinema può essere un punto di contatto tra la musica jazz e quella popolare? “Assolutamente sì”, risponde Manuele Montanari, “personalmente prediligo il jazz la cui matrice popolare è predominante dai ghetti dell’America alle bettole di New Orleans. Il jazz è musica popolare, non è un caso che sia arrivato nelle scuole molto tempo dopo la sua nascita. I musicisti hanno cercato di inquadrarne la teoria, di leggerlo e farlo combaciare con l’accademia e con la musica scritta ma è imprescindibile che il jazz abbia un’altra storia”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 23 dicembre 2020  

 

LA SCHEDA

 

Movie medley

Il grande jazz a Cinecittà

Manuele Montanari

Dodicilune 2020

 

Track list

 1) Blues for Gassman

    from I soliti Ignoti

 2) Tensione

    from Audace Colpo dei Soliti Ignoti

3) I soliti ignoti

    from Audace colpo dei soliti ignoti

4) Il Sorpasso

5) Blues all’alba

     from La Notte

 6) Sometimes I feel like a motherless child

     from Il vangelo secondo Matteo

 7)  Jazz band

  8)  Come tu mi vuoi

       from Rocco e i suoi fratelli

  9)  Walk on home

       from Sette uomini d’oro

10) Sette uomini d’oro

11) Walk on home (reprise)

12) Ultimo tango a Parigi

13) Nocturne whith no moon

       from La leggenda del pianista sull’oceano

14) Blues for Gassman (reprise)

    

I tamburi del Vesuvio

I tamburi del Vesuvio - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Che cosa c’entra la chitarra battente e la tammorra muta con Hasta Siempre, comandante Che Guevara, la canzone composta da un musicista cubano e cantata da una generazione di italiani negli anni Settanta? C’entra eccome nel nuovo CD di Nando Citarella e i suoi Tamburi del Vesuvio. Il disco si chiama semplicemente Museca ed è il frutto di un gruppo di musicisti studiosi delle tradizioni e ostinati nel seguire un suono originale su testi che sono invocazioni, canti oppure leggende. E’ una fusion partenopea quella di Nando Citarella, cantante lirico e attore che si è formato con Eduardo De Filippo, Dario Fo, Ugo Gregoretti e Roberto De Simone; un disco di canzoni nuove che ricalcano le armonie e i contenuti dei canti popolari con l’uso di strumenti tipici come la tammorra, il tamburello e la chitarra battente ma con ampio ricorso alle famiglie classiche dei fiati, (tromba, trombone, flauto, sax), e delle corde (chitarre, basso, violino, contrabbasso). Dicevamo di Hasta siempre: Nando Citarella la canta in duetto con Gabriella Aiello e il brano, Suite Cirò, si rifà a una leggenda tramandata in un paesino della Calabria, Cirò Marina. Siamo negli anni Cinquanta e un pescatore, zì Mimmo, si imbarca per cercare fortuna in America. Dopo molte peripezie, zì Mimmo finisce in Bolivia e lì incontra Che Guevara diventandone un seguace. Vero o falso?  In Calabria di zì Mimmo non seppero più nulla e si sparse la voce che avesse seguito Che Guevara a Cuba. Non c’è alcun riscontro o documento che attesti la veridicità del racconto ma la tradizione orale si consolidò diventando leggenda e Citarella l’ha inserita all’interno di una ballata che ricorda l’atmosfera malinconica di Santa Lucia lontana, tracciando un quadro dell’emigrazione dalle regioni meridionali, quando gli albanesi eravamo noi. Un violino e il basso elettrico con la tammorra muta ci parlano della “spartenza”, un vocabolo di origine siciliana che indica un distacco molto doloroso. Citarella è il fondatore dei Tamburi del Vesuvio ed è una sorte di sacerdote della tammurriata, una delle forme più antiche di danza legata al ritmo e al canto. La tammurriata accompagna momenti di gioia ma anche di dolore e di protesta: del resto in tutte le manifestazioni chi deve manifestare il proprio disagio lo fa quasi sempre percuotendo un tamburo a un ritmo assordante. Basti ricordare la tammurriata dell’Alfasud che ci proiettava nel mondo della cassa integrazione e dei disoccupati. Museca rappresenta la Napoli di Eduardo, dei personaggi paradossali, delle maschere, della fatica di vivere. Il CD di Citarella si apre con “Rumba scugnizza” dove le voci degli ambulanti e della strada sono incastonati nella rumba che, a metà degli anni Quaranta del secolo scorso, risuonava nei quartieri spagnoli. Predomina la figura dello scugnizzo, descritto da Raffaele Viviani come uno dei combattenti che liberarono Napoli dai nazifascisti. È il trionfo del suono: il battito del tamburo trova rispondenza nelle pelli e nei legni di conga, tumba, guiro a sostegno dei fiati, (trombone, tromba, flauto, sax tenore). Ma è l’impasto di voci che colpisce e quel canto si deve ballare.  Segue “Un futuro a Sud” di Mario Salvi che ripropone il dramma del lavoro nel Mezzogiorno; dopo un accenno di un brano tradizionale, “So stato a lavorà”, il sax dialoga con una ritmica dal sapore antico e la canzone si conclude in modo sorprendente con un travolgente rap. “La vita è museca”, canta Nando Citarella, è acqua, vento, è una nascita, è il respiro della gente. I tamburi del Vesuvio ci fanno immergere nella città che più di tutte le altre ha prodotto musica ma ci fanno intravedere anche la Napoli dei ricordi, degli antichi fasti borbonici e quella sommersa dai problemi di oggi. Per risalire alle origini della canzone partenopea, ecco la Suite Garganica di cui si ricorda una meravigliosa versione della Nuova Compagnia di canto popolare. La platea di esecutori è davvero imponente e merita di essere segnalato il ricorso alla Lira calabrese suonata da Mauro Bassano. È una danza tipica del Gargano che, sotto la guida di Citarella, diventa un paradigma di world music. Il disco, prodotto da Alfamusic-Compagnia “La Paranza”, ci offre un’altra faccia della Napoli che ci ha lasciato in eredità l’immenso patrimonio di canti popolari accanto ai grandi compositori di musica classica, la Piedigrotta dell’Ottocento e l’etnorock degli anni Settanta. Un’altra suite si chiama “La ballerina” ed è composta da “O cunto e Masaniello”, un pezzo di Roberto De Simone, artefice della Nuova compagnia di canto popolare, unito a “O Caterì” di Citarella, cantata da Gabriella Aiello con un grande tensione epico-lirica. Nell’impasto perfetto delle voci, tra colpi di grancassa e timpano, si avverte col flauto traverso l’allegria del ballo. E la gioia per la ribellione di Masaniello contro il potere. Le commistioni musicali sono il filo rosso che unisce tutte le canzoni dell’album e un esempio è davvero tangibile nella “Kopanitza Molisana” che, trattando di lavori della pastorizia svolti da macedoni, montenegrini e albanesi non poteva non mescolare le forme musicali. Poi il violino di Carlo Cossu sospinge e sostiene il ritmo di una tammorra quasi in sottofondo nel pezzo “Alla Giuglianese”, cantata, ma sarebbe meglio dire ricamata, dalla Aiello. Non manca una puntata tra i tamburi del Brasile con “Os Tambores” che s’ispira a uno spettacolo di Milton Nascimento su cui si innesta un’orchestra con ritmi e timbri complessi. E qui la batteria di Giovanni Lo Cascio sostiene il meticciato brasiliano-napoletano su cui si cimenta Citarella. In “Piedigrotta o spasso” compare anche il mitico Putipù, strumento della tradizione, ma è l’ensemble vocale a farla da padrone in questa marcia di popolo che si dirige verso la Cripta Neapolitana, una grotta carica di misteri e di speranza; è gioia autentica quando la tarantella si sposa col blues. Come se ci trovassimo in un teatro il disco si chiude con tutti i musicisti, e sono più di trenta i partecipanti al disco, che si presentano facendo precedere il proprio nome dalla frase: “La vita è musica e io sono” … Poi, cala il sipario e, con un po’ di retorica, ci ritorna in mente il verso di Munastiero ‘e Santa Chiara: “Penzo a Napule comm’era, penzo a Napule comm’è”. 

Pubblicato su Extra Music Magazine, 11 novembre 2020

Carolina Bubbico, musica senza frontiere

Carolina Bubbico, musica senza frontiere - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Dirige il “maestro” Carolina Bubbico… Sono passati cinque anni da quando Carlo Conti annunciò al festival di Sanremo che la direzione d’orchestra era nelle mani di una ragazza venticinquenne. Notizia rivoluzionaria nel mondo della musica, in buona parte al maschile. Da quella notte di Sanremo, però, non è trascorso soltanto un lustro ma quasi un secolo perché Carolina Bubbico, cantante salentina, pianista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra, con il disco pubblicato in questi giorni è davvero lontana anni luce dalla musica sanremese. “Il dono dell’ubiquità”, infatti, è un CD destinato a mettere in difficoltà tutti coloro che vogliono affibbiare l’appartenenza di un artista a un genere musicale. Carolina che viene dal jazz spiazza tutti fondendo diversi linguaggi musicali con arrangiamenti articolati e armonizzazioni vocali ardite. Quindici tracce del disco pubblicato da Sun Village Records con il sostegno di Puglia Sounds Records, altrettanti quadri di vita vissuta che raccontano la complessità dei nostri anni. Un lavoro da cantautore che si muove tra ballabili groove e brani intimisti, pop, soul, funk, jazz. Carolina Bubbico ne ha parlato in questa intervista per Extra Music Magazine.

_ L’epopea dei cantautori tradizionali è offuscata in una società che sembra non avere più domande da porre agli intellettuali. C’è chi sostiene che la nuova canzone d’autore possa essere rappresentata dai rapper ma a me sembra che la scelta di cantare temi importanti con una costruzione musicale diversa dalla tradizione possa essere una terza via.

“E’ un’analisi che apprezzo. Non ritengo di essere una cantautrice classica, ho studiato la storia del cantautorato italiano che è davvero importante ma poi ha scelto la strada che mi è più congeniale perché credo nell’unicità del gesto artistico. Sì, l’intento è quello di tracciare una terza via”.

_ La canzone si basa essenzialmente su ritmo, melodia e canto ma nei tuoi ingredienti che cosa c’è di più?

“C’è il timbro, sicuramente, e poi intendo il canto in modo diverso per evidenziare certi miei tratti. Uno di questi è il modo in cui interpreto e considero la vocalità molto più vicina a uno strumento. È un modo nuovo ma non intendo sembrare presuntuosa: dico che non ho inventato nulla; la mia ricerca è fatta per arrivare a raccontare qualcosa di importante con contenuti musicali di rilievo”.

_ Tu non sei collocabile in un genere musicale e del resto le categorie sono state forse inventate nei negozi dei dischi per comodità dell’acquirente.  Il disco è sicuramente importante ma, come diceva De André, assume rispetto alla musica la funzione che una stringa ha nella scarpa.

“Sul genere guarda anche De André che tu citi quanti scambi ha avuto. Per un artista è importante rapportarsi con linguaggi differenti, è un nutrimento, una linfa vitale. Certo la musica è tutto: Il dono dell’ubiquità, infatti, è un disco nato libero senza il bisogno di piacere a tutti i costi”.

_ Infatti, tu hai detto in un’intervista che il tuo target va dai 15 ai 35 anni. Ma secondo me sbagli, è musica che arriva a tutti.

“Sai cos’è? Prima mi veniva chiesto in continuazione questa storia del target; forse si erano stancati di farmi domande sul genere musicale. C’è l’esigenza di etichettare le persone. Comunque, hai ragione sbagliavo: da tutte le statistiche che hanno fatto mi seguono molto di più i trentenni che non i ragazzini”.

_ Il dono dell’ubiquità è un disco molto swingato e questo forse ti consente di scrivere versi sciolti con una metrica diseguale?

“Tu lo definisci swingato, quindi con le sincopi, è vero questo ti porta ad avere una metrica diversa dall’italiano dove gli accenti non sono sui tempi forti ma sono spostati. Beh, c’è da dire che questo ti mette un po’ in difficoltà” …

_ Per risolvere il problema avresti potuto scrivere in inglese?

“Ammetto che sono stata tentata di farlo ma poi mi sono detta: stai scherzando? Non devi manco porti la questione se vuoi fare un disco autentico. E più autentico della tua lingua che cosa c’è? La sfida era alta e per questo era uno stimolo in più”.

_ Più autentico dell’italiano ci sono i dialetti e in un pezzo, “Italianità”, sei riuscita a mettere insieme tutte le lingue del Mezzogiorno, grazie anche alla collaborazione di Sud Sound System, Serena Brancale, Davide Shorty e Speaker Cenzou.

“Ho voluto fare un omaggio ai dialetti che conservano la storia dei nostri antenati. Ogni idioma locale fa storia a sé e dev’essere preservato. È un brano corale dove ciascuno canta l’amore per la sua terra. Corale per esaltare l’importanza della collettività”.

_ Tu insegni canto al Conservatorio Tito Schipa di Lecce e dirigi l’orchestra, come sei arrivata a superare tutti i generi?

“Ho studiato jazz e insegno canto pop. Cerco di dare voce alla contemporaneità della musica perché fino a poco tempo fa questo non faceva parte del mondo accademico, ma la contemporaneità è un linguaggio che ha diritto a un suo spazio proprio come la musica classica. Ovviamente quando scrivo le mie canzoni ho la consapevolezza di quel che faccio ma tengo acceso ciò che è intuizione, ho l’istinto come approccio. Trovo che sia bellissimo far convivere queste due realtà: razionalità e istinto. Due emisferi che devono dialogare nell’arte come nel corpo umano. La musica è sempre stata importante per me che sono nata da una famiglia di musicisti”. (Il fratello Filippo ha prodotto l’album e nel disco suona basso, synth, tastiere e chitarre, NdR).

_ In questo momento i dischi si vendono in streaming, il supporto fisico meno e comunque il CD è destinato a essere propedeutico per i concerti. Mi sembra che per te, fare spettacolo sia essenziale per poterti esprimere al meglio, questo anche a giudicare dalla performance del video di Bimba, il brano che apre l’album. (Il videoclip è visibile su YouTube).

“Nonostante il Covid cerco di non fermarmi e faccio progetti per gli spettacoli dal vivo. In questo disco sono riuscita a dire chi sono, rivelando che sono ubiqua in musica cioè che cerco una connessione tra vari linguaggi. Per i futuri live voglio fare un lavoro di altrettanta sincerità portando sul palco la mia parte infantile, quella che si sa divertire, vorrei creare un canale di interazione con il pubblico. Lo farò io con la mia band quando ci sarà data la possibilità di suonare in pubblico e allora saremo allo scoperto, la prova della verità, con i colori, gli oggetti di scena, la musica. Per me il live è fondamentale, è il luogo di scambio con il pubblico”.

_ Le tue canzoni sono gioiose, quasi sempre molto ritmate, eppure a leggere bene tra le righe non si parla mai di amori felici.

“Hai ragione, c’è una luce che mi guida ma nella vita c’è anche il buio, un chiaroscuro di bene e male. È un disco luminoso perché credo che si debba essere positivi nella predisposizione di vita ma poi capita anche il tormento e questo induce alla riflessione”

_ Tornerai a dirigere l’orchestra o farai la cantautrice in giro per il mondo?

“Bella domanda! Stavo per tornare a dirigere l’orchestra con Achille Lauro ma poi mi fu tolto l’incarico. Non so possa riaccadere, l’esperienza di Sanremo fu di una bellezza straordinaria, mi ha cambiato la vita. Ora però ho capito una cosa: quando fai un disco, le canzoni che hai scritto non sono più tue ma di chi le ascolta. E se le storie che racconto in musica entrano nella vita degli altri, questa è la cosa più bella che mi possa capitare”.  

Il disco

Il Dono dell’Ubiquità è composto da 13 canzoni più due intermezzi. 1) Bimba. È il vezzeggiativo di una ragazza che, passeggiando per le vie della sua città (nel video è Lecce), cerca qualcosa di nuovo da vivere e, invece, si rifugia nell’immaginario in una sequenza di quadretti notturni; 2) Hey Mama. Ispirata a una fotografia che ritrae la propria madre incinta, un dialogo di vita interiore tra mamma e figlia; 3) Il dono dell’ubiquità. Un brano autobiografico che parla di vizi, desideri, istinti e razionalità. 4) Beverly Hills. Un dialogo di una coppia durante una sola notte per descrivere un amore fatto di silenzio e di non detto. Ospite Michael Mayo. 5) Baby. La canzone mette in risalto il senso dell’olfatto; Carolina afferma di possedere un “naso assoluto” in grado di trasformare le percezioni. È in realtà un dialogo interiore sulle relazioni sociali; 6) Amore infinito. Quasi una preghiera laica nell’amore di un padre per la figlia e una invocazione alla natura. 7) Italianità. Lingue della storia, da Trento sino a Napoli, un corale di voci sugli idiomi del Sud. 8) Margherita. Il racconto di una donna anziana incontrata in viaggio; un pezzo delicato sulla vecchiaia. 9) Respirare. Una dedica festosa ai giochi della mente che parla attraverso il corpo; 10) Jungle. Un viaggio immaginario nella foresta amazzonica in stile cartone disneyano. Una donna alla scoperta di un mondo colorato con fiumi, lucciole e colori. 11) Tabù. Una storia d’amore che si consuma in una sola estate. 12) Santa Croce Liberata. Un amore segreto tra un clochard che vive sulle scale della chiesa di Lecce e la sagrestana. Un amore fatto di speranze e di attese. 13 Voyage. Unico brano non in italiano ma in francese, un inno a tutti i Sud del mondo. Ospite d’eccellenza la voce di Baba Sissoko, griot del Mali, che in lingua Bambara esorta al viaggio. 

Pubblicato su Extra Music Magazine, 29 ottobre 2020

Ciampi, avvocati da Livorno alla Calabria

Ciampi, avvocati da Livorno alla Calabria - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Livorno e la Calabria diventano una regione dell’anima grazie a Piero Ciampi, uno dei pochi in Italia che sulla carta d’identità aveva scritto professione poeta. Livornese di nascita e di temperamento, Ciampi frequentò a lungo la Calabria dove incontrò una certa Lilly e Pino Pavone, studente di giurisprudenza destinato a fare l’avvocato e a divenire il collaboratore del più anarchico dei cantautori. Ora, a quarant’anni dal giorno in cui Piero andò a cenare sulle stelle, un altro cantautore calabrese, Peppe Fonte, ex calciatore del Catanzaro nella serie B, anch’egli avvocato, ha rivisitato una manciata di canzoni di Ciampi. Il risultato è un CD pubblicato dalle edizioni Squilibri nella consueta raffinata veste che contempla un disco e un booklet. Sono dieci tracce di cui due inediti rielaborati sulla base di alcuni scritti di Ciampi. Non sono state scelte le canzoni più irridenti e anarchiche ma alcune perle del canzoniere di chi, nato arrabbiato, ha descritto senza infingimenti la propria angoscia di vivere. Con la faccia e l’anima ogni giorno più ferita, Ciampi prese il lungo treno del Sud per andare a suonare a Catanzaro ma sbagliò stazione e scese a Cosenza. “La Calabria è un’isola”, amava ripetere Ciampi che nel locale in cui doveva esibirsi per diverse sere aveva conosciuto Lilly, amica stretta di Pino Pavone al quale propose un insano patto: “Dato che la sera mi tocca suonare”, gli disse, “ti propongo un accordo: tu la frequenti la sera e io di mattina”. Forse era il sistema per diventare amici e, del resto, un identico meccanismo aveva generato l’amicizia tra Fabrizio e Tenco. In quel caso, accadde che Luigi venne a sapere di un ragazzo che si vantava di aver scritto “Quando”, un brano di successo. Tenco volle spiegazioni: “Perché dici di aver scritto la mia canzone”? Fabrizio rispose candidamente: “Per prendere figa”, e gli offrì un whisky un riparatore. Al di là del patto, peraltro non rispettato, Pino Pavone ha firmato con Ciampi cinque canzoni riprodotte in questo CD intitolato non casualmente “Avvocati Pavone-Ciampi” perché c’è da aggiungere che Pino condivise il suo studio legale a Roma col fratello avvocato di Piero. Inevitabilmente il disco di Fonte s’inizia con “In un palazzo di giustizia”, dove in modo crudo Ciampi parla di una causa di divorzio, la sua: “Siamo seduti in una stanza di un palazzo di giustizia, ci guardiamo di sfuggita, io ti sparo, tu mi spari”. Peppe Fonte opta per un arrangiamento jazz dove domina il sax di Vito Procopio e il piano di Riccardo Biseo che ha curato anche gli arrangiamenti del disco in cui suonano Silvio Ariotta al contrabbasso, Franco Catricalà al basso elettrico e Ismaele Rocca alla batteria. La registrazione e il missaggio sono stati fatti negli studi della Yara Records a Catanzaro. Con voce ruvida, sulle note del contrabbasso, Peppe Fonte attacca poi la struggente “Tu no”, la canzone autobiografica che Piero scrisse per Gabriella, uno dei suoi due grandi amori. Tu no è la canzone che Cristiano De André ha interpretato quest’anno quando a Livorno gli è stato assegnato il Premio Ciampi: è uno dei brani che il livornese scrisse adoperando le unghie per scavare a fondo e il sangue delle sue ferite. Ne è la prova il verso “Ti ricordi via Macrobio? Qualche volta eri felice”, lasciando intendere, per contrarietà, una vita davvero triste e infelice.

Il lavoro di Peppe Fonte, nonostante lo stravolgimento degli arrangiamenti in chiave jazz, è comunque rispettoso dell’opera di Ciampi come risulta cristallino il suono, (il fonico è Lucio Ranieri). Gli arrangiamenti che a suo tempo fecero Marchetti e Reverberi sono alle spalle ma le armonie jazz ci riportano comunque all’essenzialità del poeta livornese. Certo non è facile misurarsi con un artista che scriveva mettendosi a nudo e che se si esibiva dal vivo si limitava a essere se stesso, addirittura scegliendo l’improvvisazione. In “Maledetti amici”, Peppe Fonte rivisita il Ciampi che “ha perso di vista anche una moglie”, che abita in una casa di Roma dove l’energia elettrica arriva a giorni alterni e sembra una galera. Non c’è più la musica della provincia, Livorno e la Calabria sono lontane perché Fonte sceglie come riferimento Parigi e New Orleans. Poi le note del pianoforte con un tempo rallentato accompagnano “A passeggio con mia figlia”; ancora un pezzo autobiografico su un padre separato in rapporto alla difficoltà di incontrare la propria bambina. “Figlia di mare” è, invece, un brano inedito composto dal duo Fonte-Pavone in base a un manoscritto trovato in una valigia che Ciampi lasciò in casa dell’amico Pino prima di morire. Nel booklet di Squilibri sono pubblicati alcuni di questi manoscritti, una testimonianza preziosa per capire il modo di comporre di Ciampi che partiva da un’idea e procedeva per immagini e suggestioni. “Il Natale è il 24”, composto dal livornese con la consueta discontinuità metrica, viene colorata dal sax e dalla batteria per sottolineare lo stato d’animo di chi “beve un litro molto amaro” e ha “la folle tentazione di fermarsi a una stazione” senza amici perché “anche Pino è separato”, scrive Ciampi riferendosi proprio a Pavone. “Questi poeti” è un altro inedito composto dal duo che firmano il CD ed è tratto da un manoscritto di Ciampi. È un tributo che i due amici hanno rivolto alla memoria del livornese ricordandone l’appartenenza a una schiera di uomini che “non portano segni visibili né sorrisi facili e non conoscono regole né linguaggi fioriti”. Poeti malinconici, testardi, un incrocio delle stelle. Poeti dai sentimenti forti, vivi anche se non ci sono più. In precedenza, Peppe Fonte aveva inciso tre dischi tra cui “Io non ci sono più”, sempre con un imprinting ciampiano. “Non potrei scrivere su cose che accadono lontano da me”, spiega Peppe Fonte, “Ciampi è il mio punto di riferimento. Lo conobbi quando avevo dodici anni: entrò nel giardino e si mise parlare con mia nonna”. Quel giorno lasciò due dischi che segnarono i gusti musicali di Peppe. Avvocati è un CD diretto a chi ha elaborato racconti melodici legati alla poesia; a chi sa riconoscere la pienezza di poche note lontani dal suono industriale. Piero Ciampi scavava nella verità come fanno i poeti veri ed è anche per questo che Livorno e Genova si sono gemellate per l’organizzazione del premio che ogni anno tiene viva la memoria dell’autore di “Andare, camminare, lavorare”. È chiaro a tutti gli amanti della poesia in musica che da Via del Campo a Genova sino al lungomare di Livorno, il vino vince sempre contro il petrolio.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 13 ottobre 2020