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Osvaldo Di Dio, chitarrista e cantautore

Osvaldo Di Dio, chitarrista e cantautore - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Uno dei guitar heroes diventa cantautore. È la parabola di Osvaldo Di Dio, il chitarrista che ha suonato con Franco Battiato ed Eros Ramazzotti e che è stato direttore di palco nell’ultimo tour di Cristiano De André, concluso poco prima del Natale scorso. Giunto a 39 anni, Osvaldo si sdoppia: continuerà a suonare e a insegnare i segreti della chitarra e allo stesso tempo canterà “in proprio”.  Il primo singolo si chiama “Mi gira la testa”, il secondo è in uscita il 10 gennaio. La produzione artistica è dello stesso Osvaldo Di Dio con Paolo Iafelice per Adesiva Discografica, la distribuzione è curata da The Orchard. La svolta è avvenuta nell’anno appena passato: “Il 2019”, spiega Osvaldo Di Dio, “è stato un anno di grande maturazione artistica e personale. Lavorare nel mondo della musica costringe chi ne fa parte a capire, giorno dopo giorno, meccanismi e regole non scritte ma la musica è materia viva che cambia costantemente, soggetta com’è allo spazio e al tempo”. Come dire che Osvaldo Di Dio vive attraverso il suono delle sue chitarre e tutto ciò che sente si trasforma in musica.

“Intorno ai sedici anni ho capito che la chitarra sarebbe stato lo strumento con cui avrei potuto esprimermi”, racconta, “e da allora ho frequentato tutti i generi musicali: jazz, blues, rock, metal”. Con quel bagaglio musicale sulle spalle, Di Dio, frequentò il Conservatorio Verdi di Milano e si diplomò con una tesi su Jimi Hendrix. Ma le origini napoletane non potevano non metterlo sulla strada di Pino Daniele: “Il blues”, dice, “è stato quello che mi ha segnato e che mi ha permesso di trovare la mia voce”. Del resto, chi era Pino Daniele? Certo è l’artista che ha rivoluzionato la musica italiana con sonorità nuove ma è anche il chitarrista che, a un certo punto della sua vita, dopo aver lasciato i compagni di strada come James Senese, si è messo a cantare. Di questo si sarà ricordato Osvaldo Di Dio la sera del 7 giugno 2018 quando ha suonato nello stadio San Paolo, di fronte a sessantamila persone, nel mega concerto tributo all’autore di Napule è. Ma come è possibile che un chitarrista d’eccezione, così capace di costruire il suo inconfondibile suono, si trasformi in cantautore? La spiegazione è semplice: “Voglio fare spazio, per quel che concerna l’attività artistica slegata dal turnismo e dalla didattica, al mio alter ego, il mio fratello gemello: didio, in omaggio al nome che mi aveva dato Franco Battiato”.

La scelta di Osvaldo ci induce a una riflessione sul ruolo dei cantautori al giorno d’oggi. È vero, infatti, che i ragazzi apprezzano, capiscono e vogliono scoprire i grandi autori  che hanno fatto la storia della musica italiana a partire dagli anni Sessanta e Settanta; quando i giovani vengono a conoscenza dei cantautori storici ne riconoscono il valore, ne apprezzano l’opera ma, alla fine, non può essere la loro musica. Ogni generazione omaggia i poeti ma rifiuta quello che ritiene vecchio. Un musicista come Osvaldo Di Dio potrebbe essere un ideale trait d’union tra il suono nuovo e i testi di valore. Ogni artista è figlio del suo tempo e ogni periodo storico è caratterizzato da alcuni strumenti: se negli anni Settanta la chitarra era al centro di ogni composizione, ora le cose stanno cambiando. “Avverto un calo di interesse da parte delle nuove generazioni per la chitarra. Forse perché per imparare a suonare uno strumento occorrono sacrificio e impegno e qualcuno crede che con l’elettronica sia tutto più facile” … Ovviamente non è così ma l’educazione musicale non è contemplata nella scuola italiana dove non si studiano le basi e viene ignorata persino la storia della musica. Solo i bravi professori non insegnano la letteratura senza unirla alla storia e alle arti del tempo di cui si parla quando si studia uno scrittore o un poeta.

Il primo singolo di Di Dio, Mi gira la testa – il video è anche su Youtube – parla della frenesia che ci coglie ogni giorno. Bombardati da una gragnuola di notizie, non riusciamo a fermarci. Nella canzone, il protagonista prova a fermarsi per confrontarsi con le persone. E ovviamente il suono la fa da padrone: “Per sottolineare lo stato frenetico”, spiega Osvaldo”, “ho pensato di arricchire il riff che avevo in mente con l’elettronica, seguendo il metodo che imparai da Franco Battiato quando lavoravo con lui”. Osvaldo si è formato ascoltando la musica degli anni Novanta, dai Nirvana ai Pearl Jam, dai Queen ai Pink Floyd. E presto fu passione per i Guitar Legends o forse sarebbe meglio dire Guitar Heroes: Jimi Hendrix, Eric Clapton, Stevie Ray, David Gilmour, John Mayer. Miti o addirittura divinità per chi ama la chitarra. Osvaldo Di Dio ha collaborato con molti artisti e negli ultimi dieci anni ha affiancato Cristiano De André nei diversi tour dell’artista cui sarà assegnato il premio Ciampi per la canzone d’autore il prossimo 19 gennaio. Il tour Storia di un impiegato che si è concluso prima del Natale scorso, ha fatto registrare sold out in tutte le città in cui è stato proposto da De André. Nel frattempo, Osvaldo Di Dio ha pubblicato a suo nome gli album Better Days (Odd Music, 2015), Odd Live feat Lele Melotti (Odd Music, 2017), Tex Mex sex (Odd Music, 2018) e Guitar Stories (Odd Music, 2019). Tutto questo ci pone di fronte alla domanda delle cento pistole: dove va la canzone italiana? Osvaldo Di Dio ripete le parole che gli sussurrava Battiato durante i tour: “Caro Di Dio, ricorda che ci sarà sempre posto per chi sa scrivere belle canzoni”. Io ricordo quanto mi disse Fabrizio De André: “Nella storia dell’arte ci sono sempre stati dei cicli. All’inizio le brocche per l’acqua erano di terracotta grezza, poi vennero ornate di disegni ma a un certo punto si tornò alle origini. Così, dopo tanto rumore, un giorno ci sarà un cantautore che prenderà la chitarra e dirà delle cose per cui tutti lo staranno ad ascoltare”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 8 gennaio 2020

Bocca di rosa si ferma in Calabria

Bocca di rosa si ferma in Calabria - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Il lungo viaggio di madri, amanti, prostitute e donne pensate come amore incomincia venerdì 6 dicembre dal Piccolo teatro Unical di Rende. E’ uno spettacolo voluto  dal gruppo calabrese Coram Populo, incentrato sulle canzoni di Fabrizio De André che hanno per protagonista le figure femminili. Una produzione imponente, una rappresentazione scenica  multimediale dove si alternano musica e recitazione alla proiezione di filmati di stretta attualità, tutto legato al punto di vista delle donne. Si chiama “Bocca di Rosa e le altre”, da un’idea di Sergio Crocco, scritto e diretto da Simona Micieli, artista avvezza sin qui a tenere concerti di musica popolare ma che ora si distanzia, almeno in apparenza, dal folk e dal dialetto calabrese per percorrere le praterie della poetica di De André. Si sa che se scorporassimo le figure femminili dal contesto dei romanzi musicali di Fabrizio ci troveremmo di fronte mille donne; Marinella, Ninetta, Ella, Kate, Maggie, Lizzie, Jenny, Teresa, Maddalena, Biancamaria, colei che aspetta il ritorno del marito soldato, chi è morta di aborto e chi d’amore, la ragazza che tenta di salvare Geordie dall’impiccagione, le passanti, la moglie di Anselmo, le spose bambine, la giovane Nina, l’anziana che si meraviglia delle lodi ricevute nel tempo passato per la sua bellezza, chi ha visto il suo uomo, malato di cuore, morire sulle proprie labbra. Tutte diverse, tutte vittime di tre sacrifici: la verginità, la maternità e la prostituzione. Un mondo che sta all’opposto di quello degli uomini, i quali nelle canzoni di Fabrizio se non sono gigli sono vittime di questo mondo ma spesso sono pure sopraffattori, esponenti del potere peggiore, addirittura ripugnanti come il commerciante che compra e vende organi umani, fegati e polmoni, capace di preoccuparsi solo della propria reputazione anche di fronte alla morte di un figlio. No, le donne di cui parla Fabrizio sono migliori degli uomini ed è per questo che le cantanti e le attrici che prendono parte allo spettacolo voluto da Simona Micieli chiuderanno la scena calzando sul viso una maschera raffigurante il volto di De André. Un modo per dire grazie a chi fu capace di lanciare il cervello ai bordi dell’infinito. Il lavoro dei Coram Populo è stato complesso perché ha riguardato gli arrangiamenti delle canzoni con l’urgenza di rispettare lo spirito che le avevano ispirate ma anche  l’attenzione che occorre per una regia teatrale, curata da Raffaella Reda, la ricerca dei costumi, affidata a Natascia De Rose, la regia video, affidata a Alessandro Morrone. Se le caratteristiche delle donne deandreiane sono tre, le figure del canzoniere  sono troppe per stare nello spazio di una serata per cui Simona Micieli ha compiuto una selezione delle canzoni, estrapolandole da otto album sui tredici registrati in studio da Fabrizio De André: La buona novella, Creuza de ma, Volume 1 e 3, Anime salve, Canzoni, Rimini e Tutti morimmo a stento. La scena si apre con un monologo di Raffaella Reda sull’universo femminile mentre altre donne prendono posto tra il pubblico: non salgono sul palco, lo faranno allo scadere del tempo per indossare la maschera di colui che ha marciato in direzione ostinata e contraria. Si accomodano in platea la ballerina di seconda fila, cantata in Amico fragile, la tenera vecchia contessa, citata nel Testamento, la pulzella di Carlo Martello, la signorina in tailleur grigio fumo, Franziska che finalmente posa  per un pittore che la può guardare mentre una vecchia terrà aperta la gabbia da cui è scappato il gorilla giustiziere. Lo spettacolo vivrà la sua drammaticità all’inizio quando tre donne vestite a lutto irromperanno in scena: siamo sotto la croce e due donne piangono la morte del proprio figlio accanto alla Madonna. Sono disperate e rimproverano la madre di Gesù che soffre pur sapendo che il figlio farà ritorno dopo tre giorni; e sono proprio le parole di Maria a rappresentare il sentimento materno: “Piango di lui, ciò che mi è tolto, le braccia magre, la fronte, il volto” … Intanto sul fondo del proscenio un video proietta le immagini della strage dei migranti, di quell’enorme cimitero che è diventato il Mediterraneo. Restando nel mare nostrum, i viaggiatori di Coram Populo incontrano Jamina, sicuramente il personaggio più erotico descritto da Fabrizio, la ragazza bruna che ogni marinaio  sogna d’incontrare nel primo porto d’approdo dopo le fatiche della navigazione. Dalla Calabria si leva in alto un canto in genovese, una lingua che conta oltre duemila vocaboli di provenienza araba e turca. I dialetti – sosteneva Fabrizio – sono linfa vitale per l’italiano  e un idioma assurge a dignità di lingua o decade a livello di dialetto solo per motivi politici: il portoghese era un idioma iberico sino a quando i portoghesi non colonizzarono il Brasile. Genova vuol dire Via del campo che rappresenta tutta la poetica di Fabrizio. Non è un caso che questo viaggio tra le donne abbia ricevuto il patrocinio di Via del Campo 29 Rosso, diretto da Laura Monferdini. Dopo la storica canzone di Fabrizio, sarà proiettato il video di un’intervista a Carla Corso, leader del movimento delle prostitute, la quale ebbe modo di conoscere Fabrizio. La Corso conosceva il motto con cui il poeta degli ultimi riconosceva ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore ma quando si trovò di fronte a lui, dopo un concerto, non seppe che cosa dirgli: “Ci guardammo in silenzio”, raccontò Carla Corso, “io che nella vita avevo mangiato tanti uomini non riuscivo a parlare, soggiogata dal suo carisma”. Dal video alla canzone: Princesa ci riporterà al tema del dolore così presente in De André e subito dopo Marinella dovrà districarsi sul palco tra una serie di scarpette rosse in sincronia con un video sul femminicidio. I musicisti fanno squadra per impastare al meglio suono e voci: Giovanni Brunetti (pianoforte), Pino Cariati (voce e chitarra), Giovanni Reale (basso), Walter Giorno (batteria), Andrea Marchese (clarinetto, mandolino e bouzouki), Camillo Maffia (fisarmonica e bandoneon). Musica e scene aprono la strada a Giovanna d’Arco, a Sally e alla tiranna vanitosa dell’Amore cieco; Suzanne sale le scalette del palco tra i sacchi di spazzatura per poi scrivere sulla terra: “Siate marinai finché il mare vi libererà”. C’è spazio anche per un omaggio alle donne curde e la canzone scelta non poteva che essere Sidun, la cronaca dell’operazione scellerata compiuta da Sharon con la distruzione della città di Sidone. De André racconta di un arabo che ha in braccio il figlio stritolato dai cingoli di un carro armato, morte di un bambino e simbolo della fine di una civiltà. Uno spazio se lo ritaglia anche la moglie di Anselmo: in modo didascalico una ragazza andrà in scena a ripararsi dalla pioggia torrenziale con un ombrellino mentre un po’ più lontano c’è un uomo poco coinvolto dall’alluvione di Genova perché “l’amore ha l’amore per solo argomento”. Lo spettacolo corre vero la fine con un omaggio alle donne curde attraverso la Guerra di Piero, inno del pacifismo per eccellenza. Poi le luci sono tutte per Bocca di rosa, l’unica in grado di unire l’amore sacro e l’amor profano. Canta Simona Micieli, circondata sul palco dal sindaco del paesino, le comari, il prete. Sta per calare davvero il sipario quando arriva l’atto accusa supremo per tutti gli uomini, banchieri, pizzicagnoli, notai: è il Recitativo di Tutti morimmo a stento, pronunciato da Simona Micieli prima che sul palco si riuniscano tutte le donne del mondo di De André. E’ l’atto di accusa finale per gli uomini e sullo schermo compaiono le facce dei potenti della terra, da Trump a Putin: che nessuno si senta assolto.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 1 Dicembre 2019

Il teatro-canzone prima e dopo Gaber

Il teatro-canzone prima e dopo Gaber - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

 

IL teatro abbraccia molte aree diverse e in una di queste c’è anche la canzone. Ma quali differenze ci sono tra il teatro musicale e il teatro canzone e quali elementi ci potrà riservare in futuro questo genere di spettacolo? Il tema è al centro di un saggio breve ma intenso, scritto da Eugenio Ripepi, attore, regista, cantautore, direttore artistico di manifestazioni teatrali di portata nazionale. L’autore segna una linea di demarcazione precisa: nel teatro canzone c’è un prima e un dopo Giorgio Gaber, il quale dalle esibizioni degli anni Sessanta al Santa Tecla di Milano, alle spalle del duomo, arriva sul palcoscenico come cantante-attore, capace di intrattenere il pubblico da solo per un paio d’ore alternando monologhi e canzoni. Ma anche questo non basta, secondo Ripepi perché si possa parlare di teatro-canzone: non è sufficiente alternare parole e canzoni, occorre un progetto unico, originale, inedito e un impegno civile. Certo, se si va indietro nel tempo possiamo dire che c’è poco da inventare: il legame con il teatro greco è dimostrabile facilmente risalendo nel tempo agli spettacoli festivi a Epidauro, all’unità tra poesia e musica, ai cori ditirambici in onore del dio Dioniso, improvvisati e rapsodici. Ma questo è un altro discorso. Ripepi nel suo vademecum indispensabile per chiunque si avvicini al teatro canzone, giustamente indica tra gli antenati il caffè-concerto, la rivista, il cabaret, il Modugno che a Sanremo allarga le braccia e con Volare indica agli italiani l’imminente arrivo del boom economico. E ancora i mitici Nanni Svampa e Dario Fo che fu il vero maestro di Gaber e Jannacci. Ma tutto cambia nel 1970 quando nella televisione ancora in bianco e nero compare il volto di Gaber sdoppiato: “Io mi chiamo G, anche io mi chiamo G” … È solo un abbozzo di teatro canzone, almeno per l’Italia perché in Francia Brel, Montand, Trenet tenevano veri e propri recital. 

“Gaber sta al teatro come De André sta alla musica”, scrive Eugenio Ripepi, “due borghesi antiborghesi”. E si susseguono le opere teatrali di Gaber come Polli d’allevamento, Dialogo tra un impegnato e un no so, Far finta di essere sani, tutti scritti a quattro mani da Gaber e Sandro Luporini con riferimenti precisi sia all’attualità sia alla letteratura. Poi a metà anni Ottanta arriva una cantata anarchica, Io se fossi Dio, un’invettiva degna di un nuovo Savonarola, così forte che la casa discografica, la Carosello Records non volle pubblicare e fu stampata da un’etichetta minore. Tra satira di costume e coscienza critica, Gaber condanna in toto il sistema politico e prende atto della sconfitta di un’intera generazione. Eugenio Ripepi dedica un capitolo alla canzone teatrale che ha il capostipite in Domenico Modugno con il quale i cantautori hanno un debito di riconoscenza. Vengono ricordati Piero Ciampi che recitava sulla musica con l’inconfondibile cadenza livornese come in Te lo faccio vedere chi sono io e la geniale Adius: “In Ciampi a volte è il teatro che vince sulla musica”, scrive Ripepi. Chi concepiva i suoi concept album in modo teatrale era sicuramente Fabrizio De André, basti pensare al Recitativo che chiude Tutti morimmo a stento o ai versetti della Bibbia che fanno parte della Buona Novella. Per non citare l’apertura del disco con la voce di due donne dal forte accento sardo che recitano la poesia Nuvole. Il dopo Gaber vede pochi nomi certi e tra questi c’è Gian Piero Alloisio che tra l’altro scrisse con l’autore del Signor G alcuni brani tra cui la strabiliante La strana famiglia. Tra gli altri esempi di teatro canzone ci sono quelli di Max Manfredi, una penna straordinaria per la poesia in musica, autore della Leggenda del santo cantautore e di altre pièce teatrali. Ma Ripepi cita anche la metafisica teatrale di Vinicio Capossela, la recitazione cantata di Alessandro Mannerino e la canzone civile di Simone Cristicchi che, dopo essere partito dalla canzone teatrale al tempo della vittoria a Sanremo con Ti regalerò una rosa, è approdato al teatro canzone con Magazzino 18, il posto nel porto vecchio di Trieste dove gli esuli istriani lasciarono in deposito i loro oggetti personali nell’esodo del 1947. In definitiva, il genere è più che vivo che mai e può diventare uno sbocco importante per gli artisti, nell’era in cui il Cd è a rischio di sopravvivenza, sopraffatto dalle piattaforme “liquide”. Per i cantautori potrebbe essere la destinazione finale di chi ancora oggi pubblica quelli che una volta si chiamavano concept album. Senza contare che la musica “da guardare” in America si produceva dagli anni Sessanta con il teatro musicale del rock, avanguardie e light show. Jim Morrison dei Doors, conosceva bene la tragedia greca e comparava lo spettacolo della sua band a un dramma poetico. E quando Jimi Hendrix suonava la chitarra coi denti e alla fine bruciava lo strumento non faceva altro che uscire di scena come a teatro. Né più né meno di come fece addirittura Nicolo Paganini quando il concerto lo iniziò avviandosi sul palco entrando però in scena dal fondo del teatro e passando in mezzo al pubblico che lo paragonava al diavolo. È musica da guardare.

 

Pubblicato su Extra Music Magazine, 13 Novembre 2019

Branduardi, il cammino dell'anima

Branduardi, il cammino dell'anima - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

 La musica dell’anno Mille, scritta con note quadrate su una sorta di pentagramma, risuona nell’ultimo disco di Angelo Branduardi, “Il cammino dell’anima”, tratto dall’opera originale di Hildegard Von Bingen, la monaca tedesca che è stata un medico, una scienziata, una musicista e una femminista durante il Medio Evo, tanto da diventare poi uno dei punti di riferimento del Movimento delle donne negli anni Settanta del Novecento. Se è vero che ci sono solo due tipi di musica, una fatta per pregare e l’altra per ballare, non ci sono dubbi che qui si celebra la liturgia della spiritualità: “La musica è una visione astratta”, sostiene Branduardi, “e per questo è vicina all’Assoluto”; così per l’autore della Fiera dell’est comporre la lunga suite, i nove brani che compongono l’album, è stato un passo ineluttabile. I testi, tradotti dal latino nella maniera più filologica possibile, ci mettono di fronte a una rappresentazione teatrale introdotta dal coro dei Profeti, cui presta la voce Cristiano De André, seguita dalla discussione tra la Virtù e il diavolo i quali hanno in palio la salvezza dell’anima. La musica dell’anno mille – assicura Branduardi – era bellissima ma presentava un grande problema: mancava l’armonia, era musica “verticale”, priva di quegli accordi che l’autore della Fiera dell’est ha voluto inserire per rendere divulgativa l’opera di Hildegard. La suite si apre con un Preludio che, in realtà, è un’elaborazione del coro della Basilica Ortodossa di Mosca: Branduardi ha alterato le tonalità e ha aggiunto una serie di effetti, un po’ alla Stockhausen. Mosca non c’entra con Hildegard ma Branduardi ha voluto creare con la musica ortodossa che lui predilige la perfetta atmosfera per dare il là all’amico Cristiano De André il quale apre il disco. Un incontro importante tra due polistrumentisti, entrambi diplomati in violino al Paganini di Genova, tutti e due, sia pure con interessi diversi, sempre alla ricerca di nuove profondità musicali. Il nuovo disco del menestrello autore di pagine entrate nella memoria collettiva è un viaggio, un viatico per la spiritualità. Un lungo racconto che ha per obiettivo l’arrivo di sconfiggere il male da parte della virtù e il cammino passa anche per due brani strumentali; nell’album compaiono chitarre acustiche, classiche, elettriche e persino una resofonica; poi basso, batteria, fisarmonica e i fiati ma anche strumenti antichi come la viella, antenato della viola e il traversiere. Infine, un’orchestra con tanti violini, viole, violoncelli e contrabbassi. È proprio la grande orchestra che conclude “L’estasi”, una sorta di inno alla gioia per esaltare la “madre dolcissima”, la donna creatrice, capace di sconfiggere il serpente. Hildegard Von Bisten fu una monaca atipica: con la Chiesa dell’anno Mille in grave difficoltà ebbe la capacità di confrontarsi con imperatori e Papi; in uno dei secoli più bui per le donne ebbe il coraggio di far togliere il velo alle suore. Passione e spiritualità vennero riconosciute da tutti e quando morì, a ottant’anni, iniziò il processo di canonizzazione che s’interruppe subito perché considerata dai vertici ecclesiali una donna “strana”, da mettere al rogo per molti. Ci vollero mille anni perché la Chiesa le riconoscesse i meriti: fu Joseph Ratzinger a proclamarla santa e nominarla Padre della chiesa, titolo che nella storia è andato solo ad altre tre donne. Per Hildegard l’anima è sinfonica e la musica non avrebbe bisogno di parole perché legata alla religione; un concetto caro a Branduardi che qualche anno fa dedicò un concept album a San Francesco. Dal 16 ottobre, il Cammino dell’anima sarà portato in un tour che partirà da Zurigo e attraverserà Svizzera, Belgio, Austria e Germania per arrivare in Italia. In programma nel prossimo anno la pubblicazione di un cofanetto con tre dischi in vinile: Futuro antico 1, L’infinitamente piccole e l’ultimo lavoro. Tre dischi legati alla spiritualità e a una visione dolorosa: “L’ispirazione”, dice Branduardi, “parte sempre da uno stato di sofferenza per arrivare alla creazione”. E rivela che lui, diplomato in violino con dieci anni di studio alle spalle ma in realtà polistrumentista, quando compone non usa mai uno strumento per evitare il rischio di limitarsi o adoperare armonie superflue. “Scrivo i suoni che ho in testa e li metto da parte e solo dopo un po’ di tempo, comincio ad armonizzarli”. Forse per questo, per scrivere Il cammino dell’anima, Branduardi, dopo aver letto “Ordo virtutum”, l’opera originaria, ha impiegato un anno per la stesura delle partiture e altri tre mesi per le registrazioni. Il futuro antico ricomincia da qui.

 

Pubblicato su Extra Music Magazin, 16 Ottobre 2019

Carloforte, la musica per il cinema sotto le stelle

Carloforte, la musica per il cinema sotto le stelle - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

 Da tredici anni la musica abbraccia il cinema sotto le stelle di Carloforte, l’isola che si trova a dieci chilometri dalla Sardegna e che fu colonizzata nel 1700 da una colonia di genovesi, anzi di pegliesi respinti dagli arabi. Per sei giorni, U Pàize, come viene chiamata Carloforte nel dialetto ligure-tabarchino, ospita il festival “Creuza de ma”, diretto dal regista Gianfranco Cabiddu, dedicato alla musica per il cinema. Una manifestazione davvero unica; ma se ci fermiamo un momento a riflettere scopriamo che oggi il cinema è il maggiore committente di musica. Nel passaggio dal CD allo streaming è cambiato tutto, sono comparsi nuovi padroni del mercato ed è scaturito un modo differente di ascoltare e persino di comporre. La musica per il cinema ci riporta in chiave moderna alle Corti e nutre di vita nuova il teatro musicale. Il festival di Carloforte celebra quella particolare musica che ha il compito di suggerire a chi assiste alla proiezione di un film i sentimenti e le azioni degli attori in scena. Ci sono musicisti che, grazie alle colonne sonore, sono diventati star internazionali, altri che con il potere di una colonna sonora sono riusciti ad affermare la propria identità.

A Carloforte, sono in programma sei giornate piene di incontri, di proiezioni cinematografiche e di musica. Ci sono gli attori, Angela Fontana e Michele Riondino, il duo di compositori Pivio e Aldo De Scalzi, e i registi, Marco Danieli, Antonello Grimaldi, Bonifacio Angius e il padrone di casa, Gianfranco Cabiddu, reduce dal successo di “Il flauto magico di Piazza Vittorio”, il film musicale da lui diretto con la partecipazione della cantante-attrice Petra Magoni. A cucire un po’ tutti gli eventi è Neri Marcorè, a sua volta attore e cantante. Da molti anni a questa parte esiste in Sardegna una nouvelle vague di registi e Cabiddu ne è un esempio con l’incetta di premi fatta con  “La stoffa dei sogni”, il film  che vedeva tra gli attori Sergio Rubini e Ennio Fantastichini. E quest’ultimo, purtroppo scomparso, sarà ricordato con una proiezione speciale nella sezione notturna di Creuza de ma.

Come ricorda il titolo, il festival si tiene nel nome di De André e quest’anno sarà presentato da Gianfranco Cabiddu, regista di Faber in Sardegna, un cofanetto appena pubblicato da Castelvecchi contenente il Dvd e il libro del critico musicale Enzo Gentile, “Faber in Sardegna raccontato da amici e colleghi”. C’è da dire che Fabrizio aveva col cinema un rapporto particolare perché, da lettore accanito, preferiva leggere un libro. In ogni caso, propendeva per il film storico, come poteva essere La presa del potere di Luigi XIV. In compenso, ha avuto tra gli amici più cari il regista Marco Ferreri e si dice che l’ispirazione del film “La grande abbuffata” sia scaturita dalle cene che si tenevano nella casa di Portobello di Gallura, ospiti anche Tognazzi e Mastroianni. Negli anni Settanta Fabrizio mi disse, non so quanto seriamente, che un giorno avrebbe voluto scrivere una colonna sonora e nel 1988 realizzò con Mauro Pagani la musica di Topo Galileo. Doveva essere solo l’inizio ma è rimasto un episodio. Gianfranco Cabiddu spiega: “A Creuza de ma, la musica del film non è musica di servizio, cioè quella musica che vive solo in funzione di un film ma è quella musica che se improvvisamente venisse a mancare tutto il cinema crollerebbe di schianto, privato di quell’aura indicibile che è talvolta necessaria nelle cose dell’arte, anche quella più popolare. Noi ci collochiamo in quella terra di mezzo di ricerca e studio e di godimento, indagando sia il momento della creazione che il momento della fruizione quando si spegne l’immagine e si accende il concerto”.

La musica non è simbolica, diceva Fabrizio De André: rappresenta se stessa, anticipa la ragione ma può vivere assieme alle immagini. E nelle colonne sonore possiamo ritrovare il significato delle cose. Un po’ come accade per la musica del circo, dei clowns, scritta dal sommo Nino Rota per Fellini il quale avvertiva in quelle note la sensazione di una vita fuori dalla vita: il circo è un modo di vivere e la musica ce lo testimonia.

Nel festival non manca la parte della formazione, avviata tre anni fa con il Corso di scrittura di musica per cinema, dedicato a Sergio Miceli e guidato da Franco Piersanti, con la presidenza onoraria di Ennio Morricone. In collaborazione con il Centro sperimentale di cinematografia, il festival vara la seconda edizione del Cine Campus di musica per il cinema con un incontro metodologico degli allievi del secondo anno classi di suono, montaggio, regia. Il responso che arriva da Carloforte è che l’undicesima musa è più viva che mai. E le suggestioni aumentano con il concerto che viene eseguito al tramonto da Marcella Carboni, (arpa), Simone Alessandrini, (sax), e con lo scouting sonoro di Stefano Campus; si suona all’interno di un’oasi naturale, Capo Sandalo, raggiungibile attraverso una creuza de ma.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 13/9/2019