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Cesare Picco, la filosofia della musica

Cesare Picco, la filosofia della musica - Alfredo Franchini

Quelli di Cesare Picco non sono concerti ma gesti di libertà. Un pianista che naviga tra classica, jazz e avanguardia potrebbe cercare l’applauso facile con un’esecuzione perfetta di un preludio di Chopin o, passando al mondo del jazz, con un pezzo di Bill Evans. No, Cesare Picco è un “improvvisatore” che, giorno dopo giorno, si misura con il pubblico e proprio durante il concerto fa nascere la sua musica. Ha studiato composizione e ha collaborato con grandi artisti sia del mondo classico, (tra gli altri Giovanni Sollima, Carlo Boccadoro), sia della musica pop, (Ligabue, Bocelli, Giorgia). Ha composto colonne sonore per il teatro e ha scritto le musiche di diversi balletti portati sul palco della Scala. Ma evidentemente non gli basta: prima ha sperimentato i concerti immersi nel buio totale e un mese fa, per il festival Piano City Milano, ha tenuto i concerti all’alba con le note del piano ad accompagnare il sorgere del sole. In questa intervista esclusiva per Extra Music Magazine Cesare Picco spiega la filosofia della sua musica.

_ Pianista, compositore, clavicordista ma soprattutto improvvisatore che unisce tradizione e sperimentazione. Che cosa significa improvvisare? Un musicista deve pur sempre rispondere al pentagramma.

 “Da sempre chiunque senta parlare di improvvisazione pensa al jazz. Chiariamo che la musica è un linguaggio e come tale ha una sua grammatica e se tu vuoi parlare una lingua devi conoscere le regole. La forza del jazz è proprio l’improvvisazione che in questo caso si svolge dentro a uno schema, cioè le regole di quella lingua. Io ho studiato jazz e l’ho praticato per anni ma non sono un jazzista. Il discorso che faccio io è molto diverso: è il gesto ultimo della creazione in tempo reale di suoni di un linguaggio di una lingua mia. Io uso più grammatiche insieme. Mi interessa maggiormente la storia delle tante musiche del mondo e non solo quelle occidentali”.

_ Quindi il pianoforte è il tuo veicolo di espressione?

 “Mi piace far nascere la musica davanti al pubblico, in un determinato momento, con il mio piano, con quella data acustica. Il pianista dev’essere pronto a cogliere coi sensi tutto quello che si avverte durante il concerto. In quel modo crei un nuovo linguaggio”.

_ Quindi è questo il motivo per il quale hai creato i concerti al buio? Mi è capitato durante i concerti di stare sul palco dietro ai musicisti e mi ha sempre impressionato vedere da lì il pubblico in platea quindi dev’essere una sensazione strana suonare senza vedere niente.  Peraltro, la stessa meraviglia l’avranno manifestata i tuoi spettatori.

 “La mia avventura è iniziata quando mi sono detto: sei un improvvisatore e non devi fare il circo eseguendo il preludio di Chopin a tamburo battente. Intuivo che dovevo sparigliare le carte e togliendo il senso della vista avrei acquistato un senso più potente amplificando le sensazioni. Suonare al buio è come avere dentro un amplificatore analogico, valvolare, di quelli antichi che ti permette di avvertire i suoni che arrivano da lontano”.

_ È un momento importante per l’orecchio del musicista ma il pubblico come la prende?

 “La forza di questo esperimento è che il pubblico vive contemporaneamente quel momento e diventa così un’esperienza da fare insieme. Ti dico che dopo un quarto d’ora, avverto nitidamente di stare a suonare con mille persone tutti assieme, una vera botta di energia”.

_ Ci sono stati due diverse fasi: inizialmente hai tenuto i concerti per piano solo e poi coi musicisti sul palco, tutti al buio. Quali sono le differenze?

 “Anche questo è stato un bel percorso. Se non riesci a vedere gli altri musicisti scatta un altro livello di sensorialità. Come stare su una navicella spaziale in una nuova dimensione. Sono impegnato da più di dieci anni in una battaglia per la conoscenza del buio. Non solo come concetto fisico ma metafisico”.

 _ Fabrizio De André, quando andò a vivere in campagna rimase per sei mesi senza luce con un generatore di corrente che si esauriva all’imbrunire. Disse che quell’esperienza gli aveva fatto capire due cose: primo che tutti noi abbiamo dei bisogni indotti e poi che l’orecchio del musicista, nel silenzio della notte, poteva cogliere suoni particolari.

 “Condivido in pieno il giudizio. Non solo abbiamo bisogni indotti ma anche i nostri sensi sono influenzati dall’esterno. Siamo abitudinari e per riuscire a metterci alla prova dobbiamo mandare tutto all’aria”.

_ Sparigliare le carte con quale scopo?

 “Per me significa avere la capacità di giocare coi propri sensi per vedere il mondo in una maniera nuova”.

_ Dopo i concerti al buio il mese scorso hai proposto quelli all’alba. Cinquecento persone hanno invaso l’Ippodromo di San Siro alle 5 del mattino. Dal tramonto alla luce, che significa?

 “In questo momento, dopo il lockdown, le persone hanno bisogno di vivere qualcosa di molto forte anche sul piano sensoriale. Da musicista riconosco il potere del suono, parlo di suono, la musica è un’altra cosa. È la forma più potente di comunicazione tra esseri umani e creato; noi siamo vibrazioni e il potere di queste onde è fondamentale. Se cinquecento persone hanno deciso di alzarsi alle tre e mezzo per venire a sentirmi significa che scientemente avevano deciso di condividere un’esperienza in comune”. Al buio mi permetto di fare cose non facili perché voglio provare a scuotere l’ascolto con suoni alternativi. All’alba non faccio un pezzo dietro l’altro, avverto il bisogno di un suono che nasca dal profondo per accompagnare il sorgere del sole”.

_ La musica può creare una coscienza sociale?

 “Tutti i musicisti hanno un ruolo fondamentale, anzi direi tutti gli artisti che in questo momento possono e devono far la differenza. Non si può continuare a parlare tutti i giorni di economia e finanza: possiamo anche riuscire a pagare i debiti ma se abbiamo da curare le ferite della mente e dello spirito non basterà. È il nostro un ruolo importante soprattutto in un paese che considera gli artisti come dei giullari”.

_ Ad Asciano hai realizzato un Festival del suono e credo che sia la prima manifestazione del genere in Italia. Prendi in esame il suono in tutte le sue declinazioni ma noi siamo circondati da suoni standardizzati che non sappiamo decifrare. Tra l’altro, se vogliamo dirla tutta, anche una chitarra acustica amplificata in uno stadio non ha più un suono naturale.

 “Senza andare troppo indietro, diciamo da un secolo dall’arrivo della riproduzione sonora, il senso dell’udito è cambiato con una velocità esponenziale. Se prendiamo un’icona come Woodstock, quell’impianto suonava un quarto di quello di una discoteca di oggi. E pensa che cosa hanno sentito, o meglio non hanno sentito, le centinaia di migliaia di persone che stavano a due chilometri di distanza. Nel mondo della musica classica sino a cento anni fa si ascoltava – e adesso accade ancora nei teatri – in acustico ma la differenza sta nell’orecchio che prima era abituato ad ascoltare i timbri, gli strumenti e le sfumature. La nostra musica occidentale per tre secoli ha vissuto di sfumature che i musicisti creavano e che il pubblico sapeva riconoscere. Ora è cambiata la tipologia di ascolto. Si tratta di rieducare il pubblico all’ascolto”.

_ I grandi musicisti non sono semplicemente dei virtuosi del proprio strumento ma devono essere innovatori?

 “È vero ma personalmente non mi interessa che mi vengano a elogiare perché una musica è bella; mi interessa l’emozione, che la musichi ti tocchi dentro, che ti arrivi”.

_ E allora dimmi cosa è la cattiva musica: quella impura, di routine, disonesta perché fatta di formule a tavolino?

 “Potrei risponderti quella che ha suoni brutti, ignoranti, fatta da persone che potrebbero fare altre cose molto meglio. La differenza sta nelle persone che devono credere in quello che fanno, nelle loro intenzioni. Sono un anti-virtuoso per eccellenza, magari mi interessa fare con una nota quello che altri fanno con cento note”.

_ Uno dei parametri fondamentali della musica è il tempo. E le regole, penso alle scale, ci dicono che la musica è matematica.

 “Sino a un certo punto. O meglio è vero ma poi nella musica c’è qualcosa che non riusciamo a decifrare. Il ritmo lo inserisci nella giusta pratica, puoi anche fare un’equazione, ma ci sarà sempre un dieci per cento di indefinito che rende magico un brano. Se fosse matematica saremmo tutti geni”.

_ Il 21 luglio a Milano ci sarà una prima assoluta con Roberto Cotroneo, un intellettuale autore di tanti saggi e romanzi. Un nuovo esperimento?

 “E’ da tanti anni che volevamo fare qualcosa insieme. Cotroneo, oltre a essere giornalista e scrittore, è anche un pianista, un fotografo, e un grande appassionato di musica. Credo che viaggeremo tra i nostri amori musicali”.

_ Mi fa pensare che la tua curiosità non sia solo musicale e che anche questa sia un’occasione per superare ogni limite di stile.

 “Certo il confronto e gli scambi con altri generi di arti è fondamentale. Facciamo uno dei mestieri più straordinari del mondo ma se non si è curiosi non si va da nessuna parte”.

Cesare Picco ci saluta e sale sul palco. Che farà stasera? L’unica cosa certa è che sarà un’esperienza unica: «Sono un pianista seduto a ovest con le mani a est”, dice, “e guardo la stella polare annusando i profumi del Sud».

Pubblicato su Extra Music Magazine, 13 luglio 2021

 

 

L'era del cigno bianco

L'era del cigno bianco - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Sole, mare, vento, i campi di fave, gli ulivi secolari, le cicale. E a interrompere questo idillio bucolico le ciminiere dell’Ilva che ammorbano il quartiere Tamburi di Taranto. Sono i racconti musicali che i Salento All Stars ci propongono con l’ultimo album, “L’era del cigno bianco”, prodotto da Gate 19 con il sostegno di Puglia Sounds. Il titolo è un evidente richiamo al disco di Franco Battiato ma fu concepito da Davide Apollonio durante il lockdown, quindi prima della scomparsa dell’autore della Cura. “Quando le sirene delle autombulanze finiranno di suonare e per le strade ci si potrà riabbracciare”, canta Apollonio, fondatore del gruppo, “l’era del cigno bianco ritornerà”. L’immagine è messa in contrapposizione alla pandemia, rappresentata dalla nascita del cigno nero, un evento raro ma possibile.

In questo nuovo lavoro, la band made in Salento che parte dalla tradizione musicale per arrivare a costruire un suono proprio, si apre a diverse collaborazioni: Erica Mou, Michele Riondino & Revolving Bridge, O’ Zulu dei 99 Posse, Papa Ricky, Cristiana Verardo, Magnitudo 12. Lo zoccolo duro della band è formato da Apollonio con Alfredo Quaranta, Peppe Levanto, Ylenia Giaffreda, Marco Giaffreda e Manuel Fontana.

Diciamo sùbito che la Puglia non è la California ma ha una produttività musicale davvero importante e più avanti cercheremo di capire qual è il fattore che agevola tanti artisti dai Negramaro a Caparezza, da Carolina Bubbico a Diodato: sarà determinante solo lu sule, lu mare, lu jentu?

Il disco si apre con una voce amplificata dal megafono per denunciare “la politica di un governo che preferisce bruciare denaro pubblico negli altiforni di un’azienda a pezzi invece di investirli su un territorio dalle mille potenzialità”. Qui non si passa: l’invocazione dei salentini che cantano su un tappeto di chitarre e fisarmonica, invocando il ritorno a un mondo del lavoro fatto di diritti, primo tra tutti quello della salute. Una denuncia contro l’Ilva e le multinazionali che stanno inquinando un angolo di paradiso che poteva essere la California d’Italia. Ma la Puglia è anche il mare, diventato ormai un enorme cimitero, riassunto nell’album dal pezzo intitolato “Centosettanta”: è il racconto di un gommone colato a picco nell’arco di poche ore. Sono 170 i morti, 170 chiodi che trapassano la nostra coscienza. Sia lieve l’acqua, cantano i Salento All Stars. Ma è anche la denuncia di un Paese come il nostro dove crescono il rancore e il risentimento. Un paese diventato più piccolo, più vecchio, con un eccesso di concentrazione di poteri economici e politici. La denuncia di Davide Apollonio e Peppe Levanto che hanno curato la produzione artistica, si trasforma in una preghiera laica affinché il mare possa far ritrovare un po’ di umanità. Nelle dieci tracce dell’album cambiano le atmosfere musicali con vari stili dietro alle canzoni. Non ci sono formule precise, si va dalle melodie più romantiche che toccano direttamente chi ascolta anche in maniera un po’ alchemica, al rock e al pop. Si fondono linguaggi diversi ma resta un connubio tra melodia e armonia e i suoni caldi, come in “Navigare a vista”, cui prende parte Cristiana Verardo, vincitrice del premio Bianca D’Aponte destinata alle cantautrici, con il pianoforte Rhodes che si sposa allo sciabordio delle onde. Due canzoni dell’album, “Rolling” e “Nice day” stridono con gli altri otto brani perché sono stati composti per la colonna sonora del film “Cobra non è” di Mario Russo, il regista salentino che ha diretto anche i videoclip di Elodie, Rovazzi, J-Az e Fedez. Rolling, cantata da Alfredo Quaranta, racconta dell’incapacità di adattarsi alla vita quotidiana e Nice day si basa su un monologo di Cesare Maniglio, un’ode semiseria per chi spera in una vita diversa. I Salento All Stars prendono di petto anche il tema dell’emigrazione e dell’intolleranza di chi ha dimenticato che una volta “gli albanesi eravamo noi” e lo fanno assieme a O’Zulù dei 99 Posse, un nome storico della scena indipendente in Italia. Tutto con sonorità elettriche incastonate in una scrittura in dialetto salentino. Un incontro tra due mondi che raccontano le matrici artistiche dei Salento All Stars e di O’Zulu, rivisitando l’inciso di “Comu t’a cumbenatu”, un successo di Papa Ricki del 1992.  

Dicevano del fattore Puglia che genera artisti e che è diventato un modello per tutti coloro che pensano che con la cultura si possa persino mangiare, come testimoniano i principali istituti di ricerca economici. Il segreto sta nell’organizzazione: si chiama Puglia Sound e non ha fatto altro che sfruttare al meglio i Fondi europei del Fers. Puglia Sound lavora su tre obiettivi: 1) Export della musica locale per far conoscere i propri artisti fuori dalla regione di origine; 2) Live con spettacoli sul territorio; 3) Record che, come si può immaginare, riguarda sia la produzione discografica sia la messa in rete degli artisti. In principio, ed è forse il fattore che ha dato origine a Puglia Sound, fu la Notte della Taranta, affidata alla direzione artistica di fior di musicisti e diventata popolare grazie anche all’orchestra che ha coltivato la tradizione della pizzica e della tarantella portandola in giro per il mondo. La band di Apollonio è in realtà un collettivo musicale: solo qualche anno fa per il CD Made in Salento, un disco di inediti e di rivisitazioni in chiave reggae e combat folk, furono chiamati quaranta musicisti. Con l’Era del cigno bianco il gruppo si dirige su un terreno nuovo, sonorità che si staccano dalla tradizione accoppiate a testi crudi, fatti persino di slogan sindacali. La copertina dell’album è indicativa: un uomo di spalle corre su una pista in cui compaiono il numero tre e il quattro. Come dire, parafrasando Massimo Troisi, non ricominciamo da zero ma da quattro punti fermi: i diritti delle persone, il mare che unisce e non divide i popoli, l’amore per la bellezza, il potere della parola in musica.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 26 maggio 2021

Planetario, le voci per i popoli senza voce

Planetario, le voci per i popoli senza voce - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Dal Planetario, così si chiama l’ultimo disco di Peppe Voltarelli, possiamo scorgere un pezzo della canzone d’autore internazionale. Canzoni indipendenti e libertarie cantate da quelle facce un po’ così… di chi va in giro per il mondo: Silvio Rodriguez, Luis Eduardo Aute, Joan Manuel Serrat, Joaquin Sabina e ancora Ferré, Bob Dylan, Endrigo, Modugno. È Voltarelli, il globetrotter della canzone, che ci conduce in un viaggio da Barcellona al Québec passando per i porti del Nord Europa. Una cartografia della canzone che lega l’Argentina con il suo tango, l’Europa francofona di Brel e Ferré, la Spagna con la trinità cantautorale Luis Eduardo Aute, Joan Manuel Serrat e Joaquin Sabina, la Russia di Vysotskij, l’Italia di Endrigo e Modugno. Il disco non cercatelo su Spotify perché Planetario, prodotto da “Cose di Amilcare” e pubblicato dalla raffinata editrice Squilibri nella solita veste di libro più CD, non sarà diffuso sulle piattaforme dominanti: editore, autore e produttore hanno ritenuto che almeno inizialmente l’opera deve vivere sul supporto fisico. E poi, diciamo la verità, le multinazionali quotate in Borsa trattano gli artisti in modo offensivo. Viva l’artigianato, dunque, se siamo di fronte a un lavoro diverso, da ascoltare tutto d’un fiato, un’Utopia lontano dallo stile supermarket.  Planetario è una costola strappata al Club Tenco e non è un caso che a produrlo sia Sergio Secondiano Sacchi, nuovo direttore artistico della rassegna sanremese, con “Cose di Amilcare”, l’organizzazione che opera in Catalogna per diffondere la canzone italiana. Amilcare altri non è che Rambaldi, il quale nel 1972 fondò il Club Tenco dopo aver trascorso buona parte della sua vita a distribuire i fiori di Sanremo nel mondo. Coltivava la bellezza, Amilcare, e Peppe Voltarelli ha voluto restituirne una parte con canzoni senza tempo, adoperando la sua voce come collante dell’album e seguendo un filo rosso che unisce le sensibilità di autori differenti. Dev’essere chiaro che non è un disco di cover: Voltarelli fa sue le canzoni, peraltro in gran parte notissime, cambia il ritmo, imprime nuovi timbri e dà loro un suono inedito. Il disco ha una chiara matrice politica e infatti è dedicato, oltre che a Gianni Mura, a un gruppo di dissidenti turchi: come dire la canzone dà voce a chi voce non ne ha. Il digipack di Squilibri è corredato da un racconto dello stesso Voltarelli, dalla prefazione di Sergio Secondiano Sacchi e da un saggio di Laura Lombardi; all’interno i dipinti di Anna Corcione, trame di un tessuto che lega musica e pittura. Tele con colori autunnali o a tratti chiari, proprio come la musica di Voltarelli, giunto ora al quinto album da solista. In precedenza, aveva fondato il Parto delle Nuvole pesanti e aveva scritto la celebre Onda calabra, ripresa con sapiente ironia da Antonio Albanese per il film Qualunquemente. Planetario è stato concepito nell’ultimo anno tra la Catalogna e l’Italia e ha coinvolto quattordici studi di registrazione. Le canzoni camminano sulle strade del mondo e Voltarelli, forte dei suoi vagabondaggi, può dire: ho visto!

Nell’antologia on the road di Voltarelli troviamo in apertura il tema della libertà, rivissuta attraverso la giornata del 26 aprile 1945: Piccola serenata diurna, cantato con Silvio Rodriguez; la canzone fu composta da Rodriguez poco dopo la rivoluzione di Castro e Guevara. La liberazione è quella dalla dittatura cubana di Batista ma qui è dedicata alla Resistenza italiana. Ci spostiamo poi a Rotterdam (di Ferré) con le “puttane, i marinai nerboruti e i ragazzi di strada”. Un salto di due anni e siamo nel Millenovecentoquarantasette: la canzone omonima, con un colpo di genio, è ambientata nella Napoli del dopoguerra anziché a Madrid come nel testo originale di Joaquin Sabina. È una piccola Napoli milionaria in musica, un’allegoria che racchiude quell’epoca dove “nelle edicole il settimanale “Oggi” trasudava di Faruk, Elisabetta e di Chanel/ chi non sapeva leggere imparava su Sogno, Bolero e Grand’hotel”. Dicevamo che molti dei grandi della canzone internazionale hanno cantato in questo CD assieme a Voltarelli. Su tutti, Silvio Rodriguez, cubano, voce dell’America latina, premio Tenco 1985 e Manuel Serrat, pioniere della canzone catalana il quale ha visto la sua canzone Saeta tradotta in precedenza da Guccini e Gino Paoli e portata al successo da Mina con il titolo Bugiardo e incosciente. La versione della tigre di Cremona in realtà poco ha a che fare con l’originale di Antonio Machado e Serrat dove lo scrittore si interroga sul futuro dell’intera Spagna.

Torniamo a Planetario: Amancio Prada che nel 2010 ricevette il premio Tenco ci conduce con Voltarelli sul Sentiero dove tornano i braccianti con il sangue tribolato dal fardello delle stagioni. È la biografia di Miguel Hernàndez, pastore condannato a morte nel 1940 in quanto repubblicano.  Poi Adriana Varela, maestra del tango canta nella Voce d’asfalto un testo di Cacho Castana. Un tango insolente sviluppato con piano fender, chitarre, percussioni, violino e contrabbasso. Joan Isaac intona Margalida dedicata alla donna di Puig Antich, un anarchico passato per la garrota del caudillo Franco nel 1974. Per la cronaca dopo l’esecuzione del giovane anarchico, nessuno seppe più niente di Margalida Bover Vadell, nemmeno Joan Isaac che scrisse la canzone. La fiaccola dell’anarchia in Spagna ritorna nella canzone di Luis Eduardo Aute, “All’alba”: si racconta dell’ultimo incontro tra un condannato a morte che sta per salire sul patibolo e sua moglie: “Se ti dicessi, mio amore/ che temo la mattinata… già sento che dopo la notte/ verrà la notte più lunga/ ti prego non mi lasciare all’alba”. La musica è sospesa sulle tastiere di Daniele Caldarini, il violino di Angapiemage Persico, il violoncello di Paola Colombo e il contrabbasso di Michele Staino mentre la voce strappata di Voltarelli suscita la nostra emozione. Nel porto di Amsterdam – canzone di Jacque Brel nella traduzione di Sergio Secondiano Sacchi – ritroviamo la vita dei marinai che fa storcere il naso ai censori della buona società tra pinte di birra, tovaglie unte e puzza di merluzzo. Ma è sul mare di Ostenda, (autori Leo Ferré e l’anarchico Jean-Roger Caussimon), che si possono ascoltare le onde e perdersi in un bar senza conoscere il senso della vita. È questo un passaggio del viaggio di Voltarelli che ci porta in Canada, nel Québec, con il brano A la manic. Da un posto sperduto del mondo si alza un canto, è una lettera d’amore scritta da un operaio impegnato nella costruzione di una diga: “Sapessi tu che noia qui a La Manic/ mi scriveresti un po’ di più a la Manicouagan”. La canzone è popolare tra i diciottomila lavoratori che dal 1959 al 1971 lavorarono nelle centrali elettriche del Québec. Di Bob Dylan, Voltarelli sceglie Winterlude: era un pezzo umoristico che il premio Nobel scrisse nel 1970, cinque anni prima che De Gregori, ispirandosi a quei versi, componesse Buonanotte fiorellino. Si tratta di un gioco di parole: winter (inverno) e interlude (interludio) ispirato al carnevale canadese.

Non sono certo canzonette fatte tanto per cantare ma brani con un notevole potere letterario e storico. Tra gli autori che si prendono idealmente per mano nel disco, due gli italiani: Sergio Endrigo, uno dei maggiori autori troppo spesso dimenticato, e Domenico Modugno. Dal dizionario endrighiano dei sentimenti e dell’impegno, Voltarelli sceglie “La prima compagnia”, suonando la chitarra classica cui si aggiunge quella acustica, l’ukulele di Caldarini, il sax di Maurizio del Monaco e uno strumento armeno, il duduk, suonato da Laura Pupo de Almeida. Amore e dolore sintetizzato dal sacrificio della prostituzione. Per Modugno, capostipite dei cantautori, la scelta va su Musetto: un brano che appare frivolo ma che in realtà, scritto nel 1955, invita la propria amata a pensare alle cose semplici. Gioca Modugno – nello stesso 45 giri c’era Io, mammeta e tu – eppure ironizza sia pure in modo lieve su certi stereotipi dei modelli femminili alimentati allora dai fotoromanzi. Del potente cantautore e scrittore russo Vladimir Vysotskij cui il club Tenco dedicò una serata nel 1993 da cui scaturì un CD di cover in italiano, viene tradotta Cavalli bradi con un arrangiamento raffinato in cui compare la tromba di Francesco Grigolo, il piano e le tastiere di Caldarini, il mandolino di Alex Aliprandi, il contrabbasso di Francesco Gaffuri e l’organetto di Alessandro D’Alessandro.

Voltarelli si prende anche una soddisfazione: fa tradurre in catalano una sua composizione, Marinai (premio Tenco 2010), e la canta assieme a Rusò Sala, chitarrista, vincitrice del premio Parodi nel 2013. Marinai diventa Els Mariners, scritta per il mare della Calabria che qui si fonde con le acque della Catalogna. Poco male: chi naviga incontra sempre gli stessi problemi. Il disco si chiude con “Sta città”, bonus track, in una versione strumentale che ci riporta alla tarantella e ai ritmi del Sud. Del resto, tutte le canzoni del CD parlano dei vari Sud del mondo. Dal planetario voltarelliano si scorge una luna sanguinante sulle bandiere degli anarchici che - come diceva Ferré - non son l'uno per cento ma credetemi esistono, in gran parte spagnoli chi sa mai perché. E nei versi di chi canta l’uomo e i suoi problemi eterni prevale un amore che deve fare i conti, oltre che con le garrote, con l’incapacità di dare agli altri senza pretendere nulla in cambio. Sono parole e note che arrivano all’anima per non dimenticare le tragedie umane e farci vedere cosa si vede dal planetario: quelle facce un po’ così’ di grandi autori magari poco conosciuti in Italia. Cose da ricordare, cose di Amilcare.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 15 maggio 2021

 

Corrado Rustici: "Ci sono chitarristi e chitarrai"

Corrado Rustici: "Ci sono chitarristi e chitarrai" - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

La California prima l’ha sognata da un angolo di Napoli e poi l’ha vissuta suonando con i guitar heroes. Dal mandolino della nonna, dalla musica di Carosone e dal prog degli Osanna in cui suonava il fratello, alla vita in Inghilterra, poi a Los Angeles e ora a Berlino. Da quando lasciò l’Italia a diciotto anni, per Corrado Rustici la musica ha sempre una nuova frontiera da varcare. Chitarrista, compositore, produttore, un ponte ideale per unire culture musicali diverse che restano stampate nelle sue fotografie accanto ad Aretha Franklin, Miles Davis, Eric Clapton, Whitney Houston. Rustici ha pubblicato un nuovo disco, Interfulgent, e ne ha parlato in questa intervista esclusiva per Extra Music Magazine.

_ Il tuo nuovo disco si intitola Interfulgent: una preposizione (inter) e un verbo latino (fulgeo) che si possono tradurre letteralmente “brilla in mezzo”. In un momento così buio perché hai scelto un titolo allusivo?

  “Interfulgent è qualcosa che sta per venire, una speranza ma è anche un bel suono… È vero, stiamo vivendo un momento cupo che, in realtà, viene da lontano, da due decenni di decadenza. È un’onda che stiamo cavalcando dalla fine degli anni Settanta, tutto è diventato piatto, non abbiamo il tempo per approfondire niente e, quello che è peggio, il “sentito dire” viene scambiato per verità. Tanti, pur di apparire, rinunciano a essere quello che sono. Lo chiamerei post-moderno. Mi chiedi dove vedo la luce? Lo so bene che sono tempi difficili e i musicisti ne hanno risentito più di tutti ma la pandemia ci dà l’opportunità di riflettere su ciò che è importante. Anche per quanto riguarda l’arte”.

_ Sbaglio o il nuovo disco lo avevi iniziato a comporre prima che la pandemia si manifestasse?

 “Sì, ho incominciato a scrivere mentre ero ancora in California prima di trasferirmi a Berlino. L’idea era quella di costruire un suono nuovo che ci conduca al trans moderno perché dopo la risacca ci dovrà essere per forza un’evoluzione, un’onda nuova. Ho fatto una ricerca sul suono, volevo ricollocare la chitarra in un contesto moderno perché purtroppo è uno strumento che sta diventando irrilevante nella musica contemporanea”.

_ Possiamo dire che la chitarra è sparita nella musica più diffusa dalle radio?

 “Purtroppo, è diventata un po’ come il sassofono, legato a un genere vintage, malinconico e nostalgico. Sono un chitarrista e cerco strade nuove, così mi sono inventato dei suoni che si sono trasformati in un pedale che nascerà a settembre”.

_ Di che cosa si tratta?

 “È un pedale che sarà costruito dalla Dv Mark, un’azienda italiana con cui lavoro, è frutto di una ricerca sul suono per dare valore all’espressività. Ora siamo di fronte a un piattume determinato dal copia e incolla degli ultimi dieci anni”.

_ In musica esiste il copia e incolla?

 “Noi abbiamo tanti interpreti e pochi musicisti, ci sono troppi ragazzini al computer che copiano e incollano i suoni lavorando con un’aspirante “celebrità” che canta” …

_ Più che del Conservatorio mi sembra di parlare delle scuole elementari.

 “Ecco perché dico che è il momento di fermarsi a riflettere. Non abbiamo bisogno di propagare l’industrializzazione delle note musicali. L’industria discografica non c’entra niente con l’arte: sono stati bravi a confondere le acque tra entertainment e la musica. Hanno frastornato i ragazzi mettendogli addosso la voglia di diventare popolari”.

_ Sì, ma allora come fai a essere ottimista se non ci sono più editori musicali?

 “Perché l’arte non ha bisogno dell’industria. Dopo quarant’anni di lavoro posso dire di trovarmi in uno stato di grazia e non mi sento di appartenere a questo modus operandi della musica popolare. Cerco di fare arte, non frequento club, non voglio fare intrattenimento”.

_ Però hai avuto una lunga collaborazione con Zucchero che sfociò in alcuni lavori come “Oro incenso e birra” e “Spirito di vino” per non parlare del Miserere con Pavarotti.

 “Di quello son molto contento: producendo Zucchero abbiamo davvero contribuito a cambiare il sound della musica popolare italiana”.

_ Abbiamo parlato del ruolo della chitarra ma nel tuo disco dai molto spazio alle tastiere.

 “È vero perché non volevo fare un album da chitarrista. Uso lo strumento per esprimermi attraverso il pedale: la cosa più importante è la composizione, creare la musica che possa arrivare alla gente. Cerco sonorità diverse. Sono cresciuto musicalmente seguendo le orme di mio fratello Danilo che era leader degli Osanna: in quegli anni tu dovevi inventare cose nuove non dovevi copiare gli altri per avere una chance. Sono legato per sempre a quei valori”.

_ A proposito degli Osanna che era uno dei gruppi più importanti degli anni Settanta, devo dire che nel primo brano dell’album, Halo Drive, trovo qualcosa legato al Prog. Mi sbaglio?

 “Ma torniamo al discorso delle sonorità: il prog per me era la scusa per trovare nuove combinazioni. Progressivo non è legato necessariamente agli anni Settanta ma a un genere di musica che vuole andare avanti. E mi sembrava giusto sfruttare le mie influenze che poi vanno dalla classica alla musica americana, al pop. Mi sono sforzato di trovare un modo originale per suonare la chitarra”.

_ Tu sei un compositore, un chitarrista ma anche un produttore. Che significa produrre un artista?

 “Il mio modello è stato quello di George Martin che tutti definiscono il quinto elemento dei Beatles. Era l’uomo che contribuiva alla realizzazione, alla scrittura, a mettere a posto la dinamica dei brani. Se fai il produttore devi avere la consapevolezza musicale di quello che stai facendo: non vai da un meccanico se ti serve un dentista. Ci sono persone che si definiscono produttori solo perché sanno usare un programma ma magari sono dei fonici. È un mestiere che io concepisco come se fosse quello del regista e del direttore della fotografia i quali controllano il budget disponibile e danno certezze sul risultato del prodotto”.

_ Non sempre ci sono rapporti ottimali tra produttori e artista?

 “Stavamo parlando di un prodotto che devi consegnare alla label in modo che poi questa etichetta possa promuoverlo al meglio. In parallelo, allo stesso tempo, si deve dare all’artista la gioia di sentirsi libero, esprimendosi al meglio”.  

_ Ci sarebbe tanto da raccontare e dovremmo fare una lunga lista dei grandi con cui hai suonato, da Miles Davis a Eric Clapton. Potremmo parlare dei dischi italiani prodotti in America con Elisa e con Cristiano De André. Limitiamoci a Whitney Houston…

 “Forse è la voce più bella con cui abbia mai lavorato. Eravamo in studio per registrare un album di Aretha Franklin e venne una giovanissima Whitney. Aveva una canzone, How will I know che, secondo il produttore Michael Walden, doveva essere completata nell’arrangiamento. Quel singolo fu un grande successo e dopo lavorammo con Whitney a un altro disco. Il fatto che tra tanti tu abbia scelto Whitney Houston è perché volevi sapere com’era?”

_ Ora fai tu le domande… hai detto che è stata una delle voci più belle ma non dici che grazie a lei sei stato citato pure in un romanzo, American Psycho di Bret Easton?

 “È vero… mi cita quando il protagonista si entusiasma per Whitney Houston. Che ti devo dire, era bella, dolce ma con un grande grinta, molto sicura di sé, consapevole dei suoi mezzi”.

_ Una domanda banale ma è una curiosità per molti: è più difficile fare un assolo a velocità strepitosa tipo Joe Satriani, o un pezzo lento con le note scandite tutte uguali?

 “L’unica cosa che conta è quello che vuoi dire con la chitarra, sono importanti le dinamiche all’interno della performance. È come la parola: se ho a disposizione un vocabolario più esteso potrò descrivere meglio quello che sento. Facciamo una prova, (e la fa davvero, Ndr): io ti dico una frase velocemente per farti capire le intenzioni oppure la stessa frase te la dico lentamente per farti pesare le mie parole”.

_ Quindi mi stai dicendo che si deve dire qualcosa di vero con la chitarra al di là del virtuosismo?

 “Vedi, ci sono migliaia di chitarrai, scusa ma li chiamo così. Quelli fanno una sorta di selfie musicale che forse è utile per i teenager. In realtà anche noi quando avevamo quell’età passammo tanto tempo sul giradischi mandando avanti e indietro la puntina per imparare qualche passaggio musicale. Ma non è musica: è il dito che punta la luna e sbagli se guardi solo quello. Non esiste facile o difficile. Nel post-moderno c’è stata l’illusione che tutti potevano essere artisti: non è vero! L’arte è interpretata da pochi e di solito quei pochi vanno contro le cose che vuole la gente. Il modo musicale non è il chitarrismo, il manierismo, non conta la forma ma le intenzioni”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 16 aprile 2021

Saletti: "La world music esisteva anche col jazz e con la classica"

Saletti: "La world music esisteva anche col jazz e con la classica" - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Noi mediterranei ci distinguiamo per il modo in cui ci rapportiamo al mare ma finché navighiamo ci dimentichiamo delle differenze che troviamo dentro ai porti. E se l’Atlantico o il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è quello della vicinanza. La storia di questo mare ce la racconta Stefano Saletti che con la Banda Ikona ha pubblicato in questi giorni “Mediterraneo ostinato”, frutto di decenni di ricerca nella quale unisce la letteratura con le memorie storiche e musicali, utilizzando la lingua Sabir, un idioma che marinai, pirati e commercianti parlavano da Genova a Tangeri. Siamo davvero distanti dalla musica in stile supermarket che domina le stazioni radiofoniche ma anche dai cliché tipici del Mediterraneo. Ne abbiamo parlato con Stefano Saletti in questa intervista esclusiva per Extra Music Magazine.

_ È il quarto disco della Banda Ikona che è stato anche presentato nella trasmissione “I concerti del Quirinale” di Radio tre Rai. È un progetto che parte da lontano e che vuole rappresentare il Mediterraneo da Gibilterra al Bosforo rielaborando testi di poeti armeni o turchi con i suoni degli strumenti etnici. Come si fa a fare una fotografia del Mediterraneo visto che non esiste una sola cultura ma ce ne sono tante?

 “E’ proprio questo il punto: a noi piace un Mediterraneo che sappia dialogare e che quindi sia unito sia pure con tutte le differenze. Solo qualche anno fa c’era il rischio di perdere l’identità di fronte all’Europa che ci metteva tra i paesi a rischio, gli spendaccioni. Noi facciamo rivivere la cultura millenaria perché senza Italia, Grecia o Spagna e, se mi consenti anche il Maghreb che pure non fa parte dell’Ue, ci sarebbe l’Europa del Nord, tutta un’altra entità. Musicalmente le melodie si rincorrono e ogni strumento è figlio di un altro che magari proveniva dalla Turchia ed è arrivato a Napoli e poi a Marsiglia”.

_ Però il Mediterraneo è devastato dalle guerre e il mare è diventato il più grande cimitero. L’Iliade è il primo testo giunto a noi per parlarci di un conflitto che ci trasciniamo sino a oggi. Era quello il primo scontro tra il mondo greco che rappresentava la libertà e il mondo asiatico caratterizzato dalle barbarie. Che il conflitto greco-persiano sia la genesi del male odierno?

 “E’ la contrapposizione che ci portiamo dietro da sempre però mi piace pensare che la possiamo superare col dialogo, la musica e la cultura. Ci sono le differenze ma le possiamo superare con la conoscenza, non certo con il sovranismo. Se tu conosci l’altro puoi capirlo, condividere il suo percorso. Mi parli dell’Iliade ma anche allora viene raccontato uno scontro per la mancanza del dialogo; sarebbe bastato poco per risolvere quella guerra. Anche il trucco del cavallo di Troia, se vogliamo, è dovuto alla mancanza del confronto: c’era chi avvertiva che si trattasse di un inganno ma è mancato il dialogo”

 _ Possiamo dire che la Turchia anche musicalmente è il ponte che salda Asia e Europa?

 “Assolutamente sì. Il suono degli strumenti turchi è spesso nelle nostre musiche con riferimenti alla tradizione. Tra l’altro collabora con noi Yasemin Sannino, cantante italo turca, voce assieme a Barbara Eramo in Anima de moundo e ancora nel brano Nare Nare, di tradizione armena. Ed è significativo, dati i rapporti difficili tra Armenia e Turchia, che a cantarlo sia una cantante italo turca”.

_ I tuoi progetti sono realizzati con formazioni flessibili, si va dal duo con la voce di Barbara Eramo a una banda composita. C’è però un grande lavoro sulle voci.

 “Il concetto è che siamo vicini e collegati con musicisti che sono tra i più prestigiosi della world music. La voce è importantissima, in alcune etnie il canto ha ancora la funzione di liberare la persona dai mali, superare la tristezza. Barbara Eramo ha una caratteristica che hanno poche cantanti al mondo: sa interpretare mantenendo una cifra stilistica pur cantando in tante lingue del mondo. Ma ho il privilegio di collaborare con tante voci importanti come Lucilla Galeazzi e Gabriella Aiello”,

 _ Ecco, veniamo alla lingua, il Sabir, una lingua estinta. Si sa che i dialetti assurgono o decadono a dignità di lingua solo per motivi politici ma voi siete andati su una lingua non codificata”.  “All’inizio del 2000, finita l’esperienza col precedente gruppo Novalia col quale avevamo usato una mescolanza di linguaggi diversi, mi sono letteralmente imbattuto in un dizionario del Sabir. Quando i marinai arrivavano in un porto se erano veneziani come potevano comunicare coi tunisini? Usavano parole delle diverse lingue. Quando i francesi nel 1830 conquistarono Algeri codificarono questa lingua definendola franca perché in realtà il Magreb si rifiutava di sottomettersi all’italiano, allo spagnolo o al francese. È un dizionario prezioso che mi permette di raccontare storie nuove partendo da uno spunto poetico. Nel disco precedente abbiamo realizzato un Padre nostro in Sabir, quello che cantavano i pescatori del Mediterraneo”. 

_ È la lingua del mare che, tra l’altro, essendo ricca di parole tronche è più musicale e ti puoi mandare in eco da solo?

 “Sì, ha una forza simile a quella dell’inglese che si è imposto nel rock anche grazie alle tronche. L’italiano ha una musicalità che si esprime nel bel canto, nella lirica perché permette di giocare con le vocali allungandole, il Sabir ti consente quello ma è efficace anche ritmicamente. Quando suoniamo in Spagna o in Francia ci dicono che non capiscono quello che cantiamo ma in compenso sentono una vocalità che appartiene loro”.

 _ Questa storia del dizionario mi ricorda un po’ la genesi di Creuza de ma perché inizialmente Fabrizio De André aveva pensato di scrivere un vocabolario tutto suo.

 “Creuza de ma è il mio punto di riferimento: io suono il bouzouki o l’oud perché uscì quel disco; sono convinto che De André e Pagani almeno musicalmente abbiamo fatto tornare l’Italia al centro del Mediterraneo. Sulla lingua posso dire che si sono avvicinati al Sabir partendo da un’idea di lingua del Mediterraneo”.

 _ Però vorrei che facessi una riflessione sulla World music che è diventata famosa negli anni Ottanta ma ti chiedo: il jazz non è world music? Musicisti come Coltrane o addirittura Ravel non sono anche loro autori di World music?

 “Certo è un’etichetta di cose che già esistevano. Il nome nasce grazie al Real world di Peter Gabriel e alla necessità di collocare nei negozi di dischi tutte le musiche di tradizione che andavano dal canto orale agli esprimenti di Brian Eno e David Byrne. Anche nella classica ci sta tutto, vai dalle musiche barocche a John Cage anche se poi le differenzi. Il concetto è che sono musiche del mondo che attingono spesso alla tradizione orale e cha hanno un passato antecedente alla nostra strutturazione che c’è stata da Bach in poi. Citi Ravel e Coltrane ma ci puoi mettere anche Miles Davis nel momento in cui non sono così tonali come nella musica dell’Ottocento ma recuperano la modalità” …

 _ Scusa spiegaci questo passaggio tecnico.

 “Modalità vuol dire lavorare sulle scale musicali e quindi muoversi su un bordone fisso e su quella tonalità costruisci di continuo una melodia che si ripete. Pensa al minimalismo americano quanto è figlio della musica Indiana”.

 _ Poi all’inizio del secolo scorso prevalse la curiosità per altri suoni e altre musiche.

 “Un po’ in tutta la cultura, ad esempio nella pittura lo spartiacque fu la Mostra universale dell’arte africana a Parigi che ispirò Picasso. Stessa cosa avvenne in musica, pensa all’ostinato continuo su cui si basa il Bolero di Ravel o i pezzi di Coltrane, arricchiti armonicamente mantenendo il bordone che è quello che poi caratterizza le musiche del mondo dall’India al Medio Oriente”.

_ Il nostro Sud poi merita un discorso a parte?

 “Certo lì trovi lo stordimento, la trance, attraverso il ritmo con la tonalità che è sempre quella di sei ottavi della tarantella che poi ha ispirato tanta musica classica da Tchaikovsky a Mozart. C’è sempre stata la contaminazione tra popolare e classico”.

_ A un certo punto però si crearono la serie A per la musica colta e la B per l’altra.

 “Fortunatamente ora si sta recuperando anche perché l’imborghesimento degli inizi del Novecento ha allontano le classi popolari dalla classica. Accadeva che gli spettatori litigassero in teatro per un’opera di Stravinsky come poi sarebbe accaduto per i Beatles o i Rolling stones. La musica classica non era quella che è diventata dopo, tutti fermi e ingessati”.

_ Nei tuoi progetti citi scrittori come Calvino e Pasolini. Nell’ultimo disco poi recuperi S’i fosse foco di Cecco Angiolieri, il primo “young angry man” della letteratura europea.

 “Già in un altro progetto con Nando Citarella avevamo recuperato un brano di Cecco, La mia malinconia, frutto di uno spettacolo teatrale. Quando ho composto la musica ho pensato che la voce forte, ruvida e carnosa di Lucilla Galeazzi fosse perfetta”.

_ Posso chiederti come componi la musica?

 “Dipende, alcuni brani nascono al piano o alla chitarra classica ma una cosa che mi capita spesso è di comporre un riff e registrarlo. Lo metto in un cassetto e magari dopo tre anni lo tiro fuori”.

_ Era un metodo consigliato a tutti gli scrittori di una volta ma volevo chiederti che cosa ha significato suonare al Quirinale?

 “Un’emozione grande, avverti il peso della storia e pensare di portare il Sabir in quel palazzo, dando un senso di appartenenza e di unione al Mediterraneo, credo che sia stato importante”.

_ È stato importante anche per raggiungere un pubblico molto più ampio?

 “Sì, grazie a Rai 3 che ci ha chiamati. Devo dire che la musica popolare sta pagando un prezzo altissimo perché i media si occupano poco di musica eppure è il nostro patrimonio. Ascolto di tutto e mi piace tutto ma vorrei che accanto al dibattito sull’ipotesi che i Maneskin siano i nuovi Led Zeppelin ci si potesse chiedere se Lucilla Galeazzi non sia l’Amalia Rodriguez italiana”.

_ Pino Daniele ha scritto: “Chi tene ‘o mare non tene niente” … Come la mettiamo?

 È vero è il Potere che trasforma le cose, non la musica, e il Mediterraneo non è messo bene ma io voglio ricordare proprio questo: abbiamo il mare e non è poco. Ripartiamo da lì”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 2 aprile 2021